Davvero un bel libro di riflessioni, l’ultimo scritto da Alfredo Reichlin, protagonista indiscutibile della storia del Pci, Pds, Ds e ancora oggi del Pd. C’è sempre molto da imparare dalla vita e dalla narrazione di uomini che hanno contribuito alla costruzione del nostro paese, ma questa storia raccontata da Reichlin è anche appassionata, limpida, propositiva e soprattutto incoraggia chi, in tempi di crisi della politica, può immaginare o peggio ancora giungere alla conclusione di disperare che nel tempo che sopravanza possa trovare una qualche soluzione. Il titolo rappresentativo della narrazione è il midollo del leone, quello che l’Autore definisce nell’epilogo “un nutrimento per una morale rigorosa, per una padronanza della storia”.
La riflessione di Alfredo Reichlin appare interessantissima da più punti di vista, ma più di tutti direi quello in ordine alla capacità di leggere e interpretare i fatti storici della politica nazionale in stretta connessione e dipendenza dagli eventi internazionali, che nel presente ci parlano soprattutto di finanziarizzazione e globalizzazione. Ma conviene andare per ordine.
L’Autore definisce “singolare” la vicenda del Pci, vicenda che, attraverso un bilancio finale, egli giudica positiva e negativa: sostenendo che “il partito in parte assolse il compito storico di conciliare per la prima volta la classe con la nazione e di insegnare alle masse povere intrise di sovversivismo che cos’è la democrazia e perché è interesse degli sfruttati e dei ceti subalterni difendere lo Stato democratico; che tuttavia è lo stesso partito che per il suo legame con l’URSS ha contribuito a rendere incompiuta la democrazia italiana”.
Reichlin giudica cruciale la scelta originaria di Togliatti, inaugurata con il “capolavoro” della famosa “svolta di Salerno”, della “strategia dell’unità tra le forze antifasciste”, che servì a sventare il tentativo della monarchia, caldeggiato dalla Chiesa e da Churchill, di ripristinare l’ordine sovrano e soprattutto evitò che il paese potesse fare la fine della Grecia, uscito dilaniato dal fascismo e “diviso letteralmente in due”.
Nella narrazione, lo spettro di questa divisione campeggia insieme ai patti di compromissione, tentati realizzati e falliti nel nostro paese, a partire dal dopoguerra, tra le due maggiori forze storiche del PCI e della DC. Per l’Autore, la via italiana al socialismo rappresentò il predetto tentativo in parte assolto della “soluzione democratica”, soluzione che “ebbe un prezzo” e che “fu quello di un grande compromesso alla cui base c’era, in realtà, la coesistenza di due Costituzioni: l’una, quella scritta ma anche reale (non scherziamo), l’altra, non scritta ma altrettanto reale, consistente nella
Tale compromesso produsse il cosiddetto “miracolo economico”, che durò fino a quando sulla scena nazionale non sopravvennero le nuove istanze sessantottine. E, tuttavia, per l’Autore si trattò di ben altro: “l’evento fondamentale di quegli anni, quello che avrebbe cambiato tutte le prospettive, avvenne nell’arena internazionale. Si sgretolava l’assetto economico mondiale deciso a Bretton Woods dopo la guerra, e gli Stati Uniti ponevano fine alla convertibilità del dollaro in oro”. In Italia, la sfida non venne però raccolta, sì che si passò dal “compromesso democratico” al nascente “fondamentalismo di mercato”. Il giudizio è lapidario: “non si trattò solo di un fenomeno economico. Cambiò la cultura dominante”.
Di lì a qualche anno, la nuova decisione politica – che avrebbe sostituito quella del “compromesso democratico”, promossa dall’alto e affidata ad un sistema di tipo prevalentemente maggioritario, “un po’ di riformismo tecnocratico e un po’ di sindaci” – fu ritenuta anche a sinistra necessaria in quanto solo attraverso la concentrazione del potere in poche mani (oligarchie di potere) la democrazia sarebbe stata in grado di decidere e quindi meglio fronteggiare il nuovo potere delle oligarchie economico-finanziarie.
Sappiamo tutti invece com’è andata, ma proprio su questo punto il giudizio di Reichlin si fa oltremodo interessante: “La finanziarizzazione è certamente un fenomeno molto complesso. E’ stata anche lo strumento attraverso cui è avvenuta questa forma di mondializzazione dei mercati, ingiusta fin che si vuole ma senza la quale qualcosa come un paio di miliardi di uomini non sarebbero usciti così rapidamente dalla immobilità millenaria del mondo primitivo ed entrati nella società dei consumi. Al tempo stesso, però, sono la stessa legittimità etica del capitalismo e la sua funzione di progresso che sono state messe in discussione”.
E’ dunque rispetto alla crisi della democrazia in ambito internazionale, oltre che nazionale con il crollo della prima repubblica, che prende il via il tentativo a sinistra di risolvere, a giudizio dell’Autore, il nuovo “problema cruciale: come ridefinire una coesione e una comune appartenenza nazionale, una volta venuti meno i soggetti e gli strumenti (i partiti di massa) che – nel bene e nel male – ne erano stati i mediatori”. La necessità, cioè, di costruire “un nuovo umanesimo”.
E qui la storia si fa anche cronaca, perché si arriva alle ragioni fondative di quel “diverso partito” che avrebbe dovuto essere, e che invece non è oggi, il Pd! Anche su questo punto, il giudizio è netto: “Ma che cosa voleva dire un
Angelo Giubileo www.leragioni.it
(LIBRI) IL MIDOLLO DEL LEONE DI ALFREDO REICHLIN
La riflessione di Alfredo Reichlin appare interessantissima da più punti di vista, ma più di tutti direi quello in ordine alla capacità di leggere e interpretare i fatti storici della politica nazionale in stretta connessione e dipendenza dagli eventi internazionali.
Di Angelo Giubileo

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