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(LIBRI) IL MIDOLLO DEL LEONE DI ALFREDO REICHLIN

La riflessione di Alfredo Reichlin appare interessantissima da più punti di vista, ma più di tutti direi quello in ordine alla capacità di leggere e interpretare i fatti storici della politica nazionale in stretta connessione e dipendenza dagli eventi internazionali.
Di Angelo Giubileo

di Angelo Giubileo | 26 Settembre 2010

Davvero un bel libro di riflessioni, l’ultimo scritto da Alfredo Reichlin, protagonista indiscutibile della storia del Pci, Pds, Ds e ancora oggi del Pd. C’è sempre molto da imparare dalla vita e dalla narrazione di uomini che hanno contribuito alla costruzione del nostro paese, ma questa storia raccontata da Reichlin è anche appassionata, limpida, propositiva e soprattutto incoraggia chi, in tempi di crisi della politica, può immaginare o peggio ancora giungere alla conclusione di disperare che nel tempo che sopravanza possa trovare una qualche soluzione. Il titolo rappresentativo della narrazione è il midollo del leone, quello che l’Autore definisce nell’epilogo “un nutrimento per una morale rigorosa, per una padronanza della storia”.
La riflessione di Alfredo Reichlin appare interessantissima da più punti di vista, ma più di tutti direi quello in ordine alla capacità di leggere e interpretare i fatti storici della politica nazionale in stretta connessione e dipendenza dagli eventi internazionali, che nel presente ci parlano soprattutto di finanziarizzazione e globalizzazione. Ma conviene andare per ordine.
L’Autore definisce “singolare” la vicenda del Pci, vicenda che, attraverso un bilancio finale, egli giudica positiva e negativa: sostenendo che “il partito in parte assolse il compito storico di conciliare per la prima volta la classe con la nazione e di insegnare alle masse povere intrise di sovversivismo che cos’è la democrazia e perché è interesse degli sfruttati e dei ceti subalterni difendere lo Stato democratico; che tuttavia è lo stesso partito che per il suo legame con l’URSS ha contribuito a rendere incompiuta la democrazia italiana”.
Reichlin giudica cruciale la scelta originaria di Togliatti, inaugurata con il “capolavoro” della famosa “svolta di Salerno”, della “strategia dell’unità tra le forze antifasciste”, che servì a sventare il tentativo della monarchia, caldeggiato dalla Chiesa e da Churchill, di ripristinare l’ordine sovrano e soprattutto evitò che il paese potesse fare la fine della Grecia, uscito dilaniato dal fascismo e “diviso letteralmente in due”.
Nella narrazione, lo spettro di questa divisione campeggia insieme ai patti di compromissione, tentati realizzati e falliti nel nostro paese, a partire dal dopoguerra, tra le due maggiori forze storiche del PCI e della DC. Per l’Autore, la via italiana al socialismo rappresentò il predetto tentativo in parte assolto della “soluzione democratica”, soluzione che “ebbe un prezzo” e che “fu quello di un grande compromesso alla cui base c’era, in realtà, la coesistenza di due Costituzioni: l’una, quella scritta ma anche reale (non scherziamo), l’altra, non scritta ma altrettanto reale, consistente nella secondo cui i comunisti non potevano governare”.
Tale compromesso produsse il cosiddetto “miracolo economico”, che durò fino a quando sulla scena nazionale non sopravvennero le nuove istanze sessantottine. E, tuttavia, per l’Autore si trattò di ben altro: “l’evento fondamentale di quegli anni, quello che avrebbe cambiato tutte le prospettive, avvenne nell’arena internazionale. Si sgretolava l’assetto economico mondiale deciso a Bretton Woods dopo la guerra, e gli Stati Uniti ponevano fine alla convertibilità del dollaro in oro”. In Italia, la sfida non venne però raccolta, sì che si passò dal “compromesso democratico” al nascente “fondamentalismo di mercato”. Il giudizio è lapidario: “non si trattò solo di un fenomeno economico. Cambiò la cultura dominante”.
Di lì a qualche anno, la nuova decisione politica – che avrebbe sostituito quella del “compromesso democratico”, promossa dall’alto e affidata ad un sistema di tipo prevalentemente maggioritario, “un po’ di riformismo tecnocratico e un po’ di sindaci” – fu ritenuta anche a sinistra necessaria in quanto solo attraverso la concentrazione del potere in poche mani (oligarchie di potere) la democrazia sarebbe stata in grado di decidere e quindi meglio fronteggiare il nuovo potere delle oligarchie economico-finanziarie.
Sappiamo tutti invece com’è andata, ma proprio su questo punto il giudizio di Reichlin si fa oltremodo interessante: “La finanziarizzazione è certamente un fenomeno molto complesso. E’ stata anche lo strumento attraverso cui è avvenuta questa forma di mondializzazione dei mercati, ingiusta fin che si vuole ma senza la quale qualcosa come un paio di miliardi di uomini non sarebbero usciti così rapidamente dalla immobilità millenaria del mondo primitivo ed entrati nella società dei consumi. Al tempo stesso, però, sono la stessa legittimità etica del capitalismo e la sua funzione di progresso che sono state messe in discussione”.
E’ dunque rispetto alla crisi della democrazia in ambito internazionale, oltre che nazionale con il crollo della prima repubblica, che prende il via il tentativo a sinistra di risolvere, a giudizio dell’Autore, il nuovo “problema cruciale: come ridefinire una coesione e una comune appartenenza nazionale, una volta venuti meno i soggetti e gli strumenti (i partiti di massa) che – nel bene e nel male – ne erano stati i mediatori”. La necessità, cioè, di costruire “un nuovo umanesimo”.
E qui la storia si fa anche cronaca, perché si arriva alle ragioni fondative di quel “diverso partito” che avrebbe dovuto essere, e che invece non è oggi, il Pd! Anche su questo punto, il giudizio è netto: “Ma che cosa voleva dire un ? Sembra incredibile, ma non c’è mai stata una discussione vera negli organismi dirigenti della sinistra né in altre sedi rappresentative. Si arrivò allo scioglimento dei DS e Veltroni, appena eletto segretario del nuovo partito, formò una commissione cosiddetta dei (l’identità del nuovo partito) e mi chiese di presiederla. Lavorammo intensamente per due-tre mesi. Elaborammo un documento che tentava di ridefinire i valori non in astratto, ma in funzione del profilo storico-politico del partito. A parole fu molto apprezzato. Ma non fu mai discusso. Di esso si sono perse le tracce”. Ma si dà ancora il caso che da qui si debba ripartire.
Angelo Giubileo www.leragioni.it

Pubblicato in : Cultura ed eventi

Info Angelo Giubileo

Angelo Giubileo (Torchiara, Salerno, Italy 1 aprile 1965), filosofo, giornalista e scrittore.
Già cultore della materia presso le cattedre di “Filosofia del diritto”, “Teoria dell’interpretazione” e “Logica giuridica” all’Università degli Studi di Salerno (aa.aa. 2000-2003).
Autore di numerosi saggi e articoli, pubblicati in Italia e all’estero.
In qualità di redattore:
– dal 2007 collabora con “Pensalibero” (Vicedirettore dal 2016 al 2023);
– dal 2016 collabora con “Il Quotidiano di Salerno”;
– dal 2018 al 2022 ha collaborato con “Antiche Curiosità” e la rivista “Destrutturalismo”;
– dal 2018 al 2023 ha collaborato con “Asino Rosso”;
– dal 2019 collabora con il “Nuovo Giornale Nazionale”;
– dal 2024 collabora con “PaeseRoma”;
– dal 2025 collabora con il movimento poetico-artistico d’avanguardia “DinAnimismo”.
Tra i saggi, si segnalano: “Scritti politico-liberali” (2016), “Pensioni: modello cileno per l’Italia?” (AA.VV. 2018), “L’essere e il nulla nell’era della tecnica” (2018), “La Macchina del tempo” in “TDay” (AA.VV. 2019), “L’alba del Mondo Nuovo” (2020), “Da Parmenide a Heidegger e ritorno” (2023), “Tutto è eterno” (2024); tutti disponibili in qualsiasi store.
Nel 2022 è stato cofirmatario dell’appello “Per una nuova bandiera euro-nazionale” pubblicato su Le Journal du Dimanche. In quanto autore dell’articolo “L’essere oltre la profezia”, pubblicato in “Dell’anno 2100” (AA.VV. 2023), è stato citato da Günter Berghaus nel suo periodico catalogo “A bibliography of Publications on Futurism” (2023). Nel 2025, è stato autore della prefazione “Il volo” alla versione italiana del saggio “Meccanica irrazionale” del fisico transumanista Giulio Prisco.

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