La sinistra dovrebbe essere favorita dall’attuale momento di crisi economica.

Oggi però siamo tutti nell’incertezza e ci domandiamo perché. Cerchiamo, insomma, di capire perché uno scontro caratterizzato dall’estrema chiarezza delle forze in campo e delle rispettive ragioni sia, a pochi giorni dalle elezioni, aperto alle più diverse conclusioni. Un esercizio non facile quello di tentare di capire e tuttavia assolutamente necessario, anche per noi, sinistra italiana, perché il messaggio che viene dalla campagna elettorale americana ci riguarda direttamente.
Cominciamo, allora con il dire, che al di là dell’Atlantico, si misurano a viso aperto destra e sinistra. La prima, con l’esaltazione dell’esigenza della crescita del reddito e con la sostanziale indifferenza per la sua distribuzione, e con l’annessa centralità del mercato rispetto ad uno stato, chiamato perciò a ridurre drasticamente la sua presenza. La seconda, con la centralità dell’azione pubblica come garante dei diritti e dei bisogni della maggioranza dei cittadini, così come della difesa dei beni comuni.
In una partita siffatta, la sinistra dovrebbe godere, in partenza, di un consenso maggioritario, ma negli Stati uniti, almeno da trent’anni a questa parte, non è più così; si è anzi avuta la presenza contestuale di una generale crescita delle insicurezze e delle disuguaglianze e del predominio culturale e, quasi sempre, anche elettorale (la parentesi clintoniana è stata determinata dalla presenza del terzo candidato, il populista e ultraliberista Perot) di quella destra che tale processo aveva determinati. Come mai?
La spiegazione più coerente di questa contraddizione è stata almeno sinora fornita dall’economista, e politologo “liberal”, Paul Krugman. Secondo lui, la destra avrebbe, in qualche modo, truccato le proprie carte, presentando all’elettorato un’immagine di sé diversa dalla realtà: di volta in volta, espressione del popolo e dei suoi valori tradizionali contro le èlites “radical-chic”; garante della morale contro il permissivismo; dei lavoratori contro l’immigrazione incontrollata; dei diritti degli stati e dei cittadini contro il centralismo di Washington e, per finire, della sicurezza e degli interessi degli Stati Uniti contro le utopie pacifiste e internazionaliste.
È insomma, la tecnica del “parlare d’altro”, giunta da noi a confini inimmaginabili, con il risultato di suggerire agli italiani che i nostri guai dipendono, in definitiva, dalle troppe province e dalle troppe ostriche consumate dai rappresentanti del popolo…
Accettiamo, dunque, ben volentieri il suggerimento di Krugman, ma per verificare la sua inapplicabilità nel confronto elettorale del 2012 perché qui non si è “parlato d’altro”, ma solo di questioni economico-sociali, per il semplice motivo che non esistevano le condizioni obbiettive per affrontare, con profitto, altri argomenti. Così erano impraticabili le diatribe sull’aborto o sull’immigrazione, campi dove il consolidamento di opinioni polarizzate aveva dato spazio a quelle bipartisan. E ancora, le derive populiste che, in questo caso, Romney non era assolutamente in grado di incarnare. Inutile, infine, discutere di politica estera, dove pure Obama partiva fortemente avvantaggiato, non foss’altro perché aveva gestito correttamente il “dopo disastro” libico, mentre le alternative che Romney poteva proporre (e che giustamente si è ben guardato da proporre) erano tutte avventure, foriere di nuovi disastri. E inutile perché il parlarne avrebbe messo in luce la crisi dell’eccezionalismo americano, almeno in politica internazionale, una impotenza che nessuno aveva interesse a mettere in luce.
E allora si è discusso di questioni economico sociali, e solo di quelle. Un tema su cui per ragioni diverse Obama avrebbe dovuto contare sulla maggioranza dei consensi mentre il risultato è rimasto incerto sino all’ultimo.
Krugman (e con lui molti intellettuali della sinistra europea) hanno una spiegazione anche per questo, che sta nella scarsa energia e/o consapevolezza con cui Obama avrebbe difeso la sua linea, prima al governo e poi nel confronto elettorale.
Spiegazione corretta, ma parziale. Ne aggiungiamo un’altra che non ha bisogno di ricorrere a cedimenti e/o tradimenti. Perché si misura con la grande delusione del popolo di sinistra, lì e anche da noi, rispetto a una politica e a uno Stato che non riescono a rispondere alle speranza e alle attese da loro suscitate. Su queste rovine, ecco emergere Romney con le sue strategie, mentre si fa fatica a capire quali sono le nostre alternative. Non a caso, allora, occorrerà aspettare l’uragano Sandy perché il popolo americano ricordi che Romney ha proposto la rottamazione dell’Ufficio di protezione civile. Perché, dopo tutto, una divinità esiste, e si manifesta in extremis (almeno così si spera) per salvare i buoni…

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