E’ noto che il pensiero liberale in campo economico si traduce nell’esistenza del mercato, visto come strumento della realizzazione della libertà individuale, e nell’aumento del benessere della società nel suo complesso.
La libertà individuale in economia si concretizza, innanzitutto, nella possibilità dei singoli di fare impresa e quindi di creare ricchezza sia per coloro che partecipano alla produzione, siano essi imprenditori, lavoratori, capitalisti e proprietari terrieri, sia per i consumatori che soddisfano i loro bisogni utilizzando i beni e i servizi prodotti. La stessa libertà prende corpo quando si realizza la concorrenza fra aziende, che consente a ciascun consumatore di pagare il prezzo più conveniente per acquistare il bene considerato più utile, fra le possibili opzioni presenti nel mercato.
Gli economisti classici, in primis Adam Smith, ritenuto il padre dell’economia liberale, e tutti gli altri che si sono ispirati a tale filone di pensiero, fino agli anni sessanta del secolo scorso, hanno per lo più sottovalutato o addirittura non hanno considerato la limitatezza delle risorse naturali. Questo è dovuto al fatto che gli economisti hanno sempre cercato di analizzare i fenomeni e i problemi economici del loro tempo e fino alla metà del ventesimo secolo le risorse naturali parevano illimitate a fronte dell’esiguo uso produttivo che se ne faceva.
Agli inizi degli anni settanta del secolo scorso, grazie all’iniziativa di Aurelio Peccei economista liberale, il Club di Roma commissionò a un gruppo di scienziati di fama internazionale la compilazione di un trattato, dal titolo “I limiti dello sviluppo”, che evidenziava come lo sviluppo economico causasse il degrado delle risorse naturali le quali, per loro natura, sono limitate.
Proprio nel corso di quegli anni e in quelli successivi prendeva corpo una nuova disciplina, definita economia ambientale, che, servendosi della strumentazione metodologica propria della scienza economica, evidenziava le interrelazioni tra le attività umane di produzione-consumo e l’ambiente. Questa interconnessione deriva dal fatto che il sistema produzione-consumo per operare utilizza risorse naturali, come materie prime e come mezzi per veicolare i rifiuti.
La nuova disciplina evidenziava, poi, la limitatezza di tali risorse e il loro valore economico, in quanto beni utili all’attività e alla sopravvivenza umana. Rilevava, inoltre, che il valore economico delle risorse naturali, spesso, non si manifesta nel mercato, in quanto molte risorse naturali sono beni liberi, non soggetti a proprietà dei singoli e quindi non sottoposti a compra-vendita. Le risorse naturali, comunque, possono essere valutate e quindi avere un valore monetario.
L’aumento, pertanto, del benessere della società, che tradizionalmente è stato considerato come incremento della ricchezza economico-finanziaria, in chiave moderna deve essere stimato in termini di miglioramento della qualità della vita degli individui, cioè come accrescimento delle loro condizioni economico-sociali ed ambientali. Il problema centrale dello sviluppo è, perciò, quello di bilanciare la crescita economico-sociale con la condizione di eco-compatibilità del sistema. Ciò si ottiene ponendosi in una dimensione teorica che supera il tradizionale approccio all’economia avendo come obiettivo lo sviluppo sostenibile.
La crescita economica, allora, si deve far carico del benessere degli individui tutelandoli dai possibili danni ambientali che si possono creare a margine dell’attività di produzione-consumo. Si tratta di prendere atto che il sistema economico, oltre a generare ricchezza, procura delle disutilità. Queste si manifestano con il consumo continuo ed incondizionato di risorse minerali, vegetali, animali ed anche con il rilascio di rifiuti in aria, in acqua e sul suolo. Il peso di tali disutilità diventa nel tempo sempre più insostenibile, a causa della limitatezza del capitale naturale.
Da tali presupposti si deduce che l’economia ambientale non è più circoscritta solo alla tutela del mercato, della libertà di impresa, della concorrenza e della libera scelta dei consumatori, che rimangono pur sempre delle condizioni irrinunciabili, ma si estende ben oltre. Essa comprende, infatti, la libertà dei produttori e dei consumatori di massimizzare le loro utilità, ma anche quella dei cittadini nel loro complesso di non sopportare disutilità derivanti dal comportamento inadeguato di altri soggetti, accettando, a loro volta, limitazioni di azioni che possono arrecare danni a terzi. Si otterrebbe così uno scambio di limitazioni delle libertà individuali allo scopo di non danneggiare la libertà altrui. E’ nota la seguente frase: “la libertà individuale finisce dove inizia l’altrui libertà”.
Utilizzare questo approccio significa, innanzitutto, ampliare la tutela degli interessi diffusi a scapito di interessi particolari. Inoltre vuole dire interrogarsi sul concetto di vincolo, rendendosi conto che può essere graduato in relazione ai livelli di libertà che si intende concedere. E’ evidente che, qualora si intenda operare in regime liberale, occorre imporre dei vincoli che tutelino l’ambiente in un contesto di massimizzazione dei livelli di libertà.
Su questa base si possono individuare due categorie di vincoli. La prima, che riguarda i vincoli utili, genera comportamenti virtuosi nei confronti dell’ambiente con una limitata diminuzione delle libertà individuali, La seconda categoria, che riguarda i vincoli inutili, produce i medesimi risultati con una inevitabile contrazione delle libertà dei singoli.
In definitiva si attua una tutela ambientale di tipo liberale nella misura in cui si applicano gli strumenti di politica definiti utili, fra quelli che la scienza economica ambientale ha studiato cogliendone le caratteristiche e gli effetti. Non a caso fra questi, negli ultimi anni, sono emersi gli strumenti volontari che prevedono l’adesione spontanea di imprese, o di altri soggetti privati, ad atteggiamenti eco-compatibili col fine di catturare la sensibilità ambientale e l’interesse dei consumatori per i loro prodotti.
Gabriele Caiati
Comitato Scientifico Società Libera

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