
C’è un limite oltre il quale la competizione politica smette di essere confronto e diventa soltanto rumore. Una campagna elettorale può essere aspra, persino dura. Non può però trasformarsi in una gara a chi urla più forte, insulta meglio o costruisce il nemico più credibile. Perché le parole della politica non restano nei palazzi: scendono nella società, entrano nelle case, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. E alla fine presentano il conto. L’educazione di un figlio passa certamente dalle parole, ma soprattutto dall’esempio. È difficile chiedere ai ragazzi rispetto, misura e capacità di ascolto quando gli adulti chiamati a rappresentare il Paese offrono quotidianamente lo spettacolo opposto. La classe dirigente sembra ormai essersi trasferita ai mercati generali, dove prevale il volume della voce sulla forza delle ragioni. E da questo spettacolo la società non può ricavare nulla di buono. Lo si vede anche nella scuola. Non tutto ciò che accade tra i banchi può essere ricondotto alla responsabilità della famiglia o degli insegnanti. C’è qualcosa di più profondo: il sistema di valori che una comunità trasmette. Se il messaggio dominante è che conta il branco, che prevale il più aggressivo e che l’avversario va abbattuto anziché ascoltato, non possiamo stupirci se il confronto diventa sempre più difficile. Per questo avevo guardato con interesse all’ipotesi di un dialogo tra governo e opposizione sulle difficoltà energetiche che stanno mettendo sotto pressione famiglie e imprese. In un momento così delicato, coinvolgere l’intero arco parlamentare avrebbe potuto rappresentare un esempio di buon governo: non l’abolizione delle differenze, ma la capacità di riconoscere che esistono problemi davanti ai quali il Paese viene prima della parte. È bastato poco, invece, perché quella possibilità si incrinasse. Le due leadership hanno dovuto fare i conti con alleati duri e puri, incapaci di concepire il confronto con chi sta dall’altra parte come qualcosa di diverso da una resa. È qui che la politica rischia di smarrire la propria funzione. L’avversario politico diventa un nemico; il compromesso una colpa; il dialogo un tradimento. Ma una democrazia non vive di nemici. Vive di conflitto regolato, di mediazioni, di maggioranze e minoranze che si confrontano sapendo che domani i ruoli potrebbero cambiare. Il consenso non dovrebbe essere costruito sulla delegittimazione permanente dell’altro. E mentre la politica si accapiglia, fuori dai palazzi restano i problemi veri. Le famiglie fanno i conti con il costo della vita, le imprese con l’incertezza, il Paese guarda con preoccupazione a guerre che si consumano ai confini dell’Europa e a un quadro internazionale sempre più instabile. In una fase simile, è persino difficile comprendere perché su ogni questione debba necessariamente prevalere una contrapposizione assoluta, spesso persino all’interno delle stesse coalizioni. Il pluralismo è una ricchezza. Il settarismo è un’altra cosa. Anche il voto, allora, dovrebbe servire a ricordare alla politica che il consenso non è una cambiale in bianco. Le elezioni suppletive in Calabria possono essere un’occasione per misurare la partecipazione e il rapporto tra cittadini e politica, ma soprattutto dovrebbero ricordare a chi chiede voti che governare significa assumersi responsabilità, non alimentare divisioni. Il Paese non ha bisogno di una politica senza differenze. Ha bisogno di una politica capace di discutere senza distruggere, di dissentire senza insultare, di difendere le proprie idee senza trasformare chi ne ha di diverse in un nemico. Perché il problema non sono gli slogan in sé. Il problema nasce quando gli slogan sostituiscono i contenuti, quando la battuta prende il posto dell’argomento e quando la ricerca del consenso immediato diventa più importante della costruzione di una prospettiva. La cattiva politica, alla lunga, non danneggia soltanto la politica. Corrode la fiducia nelle istituzioni, avvelena il confronto civile e convince i cittadini che nulla possa davvero cambiare. E quando gli slogan, e non i contenuti, tengono banco, il banco è destinato a saltare. E noi con lui.
Angelo Santoro

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