C’è un attacco speculativo di tipo sistemico contro le nostre banche. È questa l’idea che Renzi e il governo si sono fatti osservando impotenti il crollo dei titoli bancari in Borsa dopo i famosi stress test europei. Ed è un giudizio dai toni moralistici, espresso a mo’ di rimprovero, sia per la speculazione in sé, sia perché qualcuno osa farla su istituti che, con la sola eccezione del Montepaschi, sono usciti promossi dalla simulazione imposta dagli organismi e dalle regole dell’integrazione bancaria europea. L’approccio è ingenuo e stupido nello stesso tempo. Il mercato borsistico è speculativo per definizione, perché stupirsi e indignarsi? È ormai evidente che quelle simulazioni sui bilanci delle banche, in ipotetiche situazioni catastrofiche, sono fatte male e divulgate peggio, e dunque non si può esultare, come hanno fatto Renzi e Padoan, per gli istituti promossi quando invece si dovrebbe chiedere conto alla Bce e alla Ue delle conseguenze che i test producono, e non solo per i bocciati (Mps). Non a caso successivamente i mercati, imponendo pesanti ribassi delle quotazioni, le banche le hanno bocciate tutte, mettendo così (speriamo) una pietra tombale sopra quegli stupidi esercizi affidati a burocrati irresponsabili e frustrati. Che prescrivono cure preventive per evitare che il paziente muoia in caso di (ipotetiche) malattie estreme, ma essendo queste cure basate su diagnosi sbagliate, applicate subito producono esse stesse malanni gravi, con evidenti effetti distorsivi.
Sono mesi che i commentatori più accreditati – e modestamente, anche Terza Repubblica – avvertono che la pressione sui titoli bancari è la nuova forma di spread. Noi, poi, abbiamo anche aggiunto che la situazione di oggi somiglia a quella che precedette, nel novembre del 2011, la caduta del governo Berlusconi. Persino gli speculatori sono grosso modo gli stessi che allora lavorarono ai fianchi i Btp facendo schizzare fino a 600 punti il differenziale con i Bund tedeschi. È probabile che a palazzo Chigi questi avvertimenti siano stati catalogati come “gufate”. Se invece qualcuno ci avesse riflettuto sopra, forse oggi saremmo in un’altra condizione. Così come andava ascoltato chi – noi tra questi – è andato spiegando per tempo che gli stress test, così come li aveva predisposti l’Eba, non solo non avrebbero fatto chiarezza sullo stato di salute delle banche, ma le avrebbero danneggiate, innescando una sorta di eterogenesi dei fini. Se il primo ministro, invece di distrarsi con le nomine Rai, avesse fatto un passo formale presso la Bce e la Ue e avesse reso pubbliche dichiarazioni di assoluta sfiducia in quegli esercizi, forse le cose sarebbero andate diversamente. Altro che applaudire perché abbiamo la banca migliore d’Europa (Intesa) e una sola bocciata e raccontare che è tutta colpa della speculazione cattiva. La speculazione fa il suo (sporco ma legittimo) mestiere, il governo può certificare di aver fatto il suo?
Togliamoci dalla testa che la volatilità dei mercati sia imputabile alle banche. È vero il contrario: c’è forte volatilità per ragioni macro (eccesso di liquidità e fattori di incertezza, come la Brexit), e la speculazione sulle nostre banche fa leva sulla sfiducia nel sistema Italia e in particolare sullo stato di salute dell’economia. Come ha osservato Giuseppe Berta, le banche sono deboli perché l’economia ristagna e a quasi dieci anni dall’inizio della grande crisi mondiale – che ha fatto pagare a noi la recessione più grave, con 150 miliardi (10 punti di pil) di ricchezza andati in fumo e un quarto della capacità produttiva crollata e non più recuperata – non abbiamo ancora una direzione di marcia lungo la quale muoverci, un progetto paese definito. E la congiuntura ci conferma che rischiamo di tornare in recessione. L’ultimo indicatore che segnala pericolo è quello della produzione industriale: l’Istat registra a giugno una diminuzione dello 0,4% rispetto a maggio e dell’1% rispetto al 2015. Si tratta della caduta tendenziale maggiore da gennaio 2015. Il semestre rimane ancora positivo (+0,8%), ma l’andamento del secondo trimestre indica un progressivo peggioramento che potrebbe ridurre a un terzo (0,5-0,6%) l’iniziale previsione (1,6%) di crescita del pil nell’anno. E questo comporterà problemi aggiuntivi nella formulazione della nuova legge di stabilità, rendendo plausibile – salvo interventi drastici, ma per questo impopolari e quindi improbabili – il verificarsi delle clausole di salvaguardia imposte da Bruxelles, a loro volta generatrici di tendenze recessive.
Insomma, non sono (solo) le banche che causano problemi, ma è l’incertezza generale che si scarica prima di tutto sul credito a produrre rischi sistemici, creando una situazione ideale per il “lavoro sporco” della speculazione. Ed è dunque della crescita che il governo deve tornare ad occuparsi, prendendo atto che la politica economica messa in campo in questi due anni, al pari dai tanto criticati (da Renzi) governi precedenti, non ha prodotto né gli investimenti né i consumi necessari a rilanciare il sistema economico, capendo che senza un piano di politica industriale organico il volontarismo genera poca crescita e quella poca non produce effetti sistemici.
Quanto al sistema bancario, a questo punto – cioè avendo già perso molte occasioni – dal governo ci si aspettano due cose. La prima è che occorre aprire in sede europea un fronte di discussione senza precedenti sul funzionamento dell’integrazione bancaria. È inutile sbraitare (in casa) contro il bail-in, che l’Italia ha peraltro approvato, e che di fatto è già stato applicato, almeno parzialmente, nel caso delle due banche venete in crisi, con la polverizzazione del patrimonio degli azionisti. Occorre dunque trovare una soluzione sistemica dentro l’euroclub, cioè una garanzia comune che valga per noi come per tutti. Sappiamo che la Germania non la vuole – si vedano le dure dichiarazioni di Daniel Gros, un economista tedesco solitamente moderato e non certo nemico dell’Italia – ma si può lavorare intorno alle difficoltà di Deutsche Bank e Commerzbank per indurre la Merkel a più miti consigli.
La seconda cosa che occorre fare per aiutare le nostre banche a smaltire i crediti deteriorati è ascoltare le parole del governatore di Bankitalia Ignazio Visco quando dice che se i tempi di recupero dei crediti fossero come quelli francesi e tedeschi, da noi le sofferenze sarebbero la metà. Creando così una ben diversa cornice in cui le banche potrebbero muoversi. Ergo, occorre ripensare, sia sotto il profilo culturale che giuridico, la problematica dei crediti e del loro recupero. Al contrario di quello anglosassone, che salvaguarda il creditore, il sistema socio-economico e normativo italiano protegge il debitore, fino al punto da generare l’idea che se non paghi sei un gran furbo. Il risultato è che ci ritroviamo con un sistema creditizio che da un lato condanniamo per aver generato gli NPL (che sono N e valgono poco perché le banche non hanno strumenti adeguati di recupero), e dall’altra che biasimiamo per non erogare finanziamenti nonostante il quantitative easing, e con una classe imprenditoriale che in troppi casi si è abituata a fare business con soldi altrui nella consapevolezza di poterli anche non restituire senza gravi conseguenze. Il paradigma, invece, andrebbe rovesciato (come negli Usa): sono felice di prestarti i soldi (perché ovviamente ci guadagno) ma se non paghi piangerai amaro. E non perché il creditore è cattivo, ma perché è il sistema a punire il debitore. Allora, cosa aspettiamo a mettere mano alla riforma del diritto fallimentare e superare così il comprensibile scetticismo degli investitori stranieri a prestare soldi agli italiani?
Come si vede, il problema è ben più grande della riuscita o meno del piano di salvataggio del Montepaschi, cui pure molti osservatori fanno dipendere la tenuta del governo. E va affrontato subito, nella sua interezza, guardando in faccia la realtà e disponendo di cultura di governo e di lungimiranza. Lo voglia o no, è questo il vero referendum che Renzi deve vincere.

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