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L’ANNO CHE VERRA’

Cari amici vi scrivo, così mi distraggo un po’

Ne uccide più la mancanza di idee che la crisi economica, questa è stata la lezione che ci ha lasciato il 2010, anno che non rimpiangeremo ma che certo ricorderemo come uno dei peggiori della nostra storia repubblicana, non tanto o non solo per gli effetti della recessione, seppure pesante, che ha colpito duro nella vita di tanti italiani, e che spesso ha fatto attraversare loro momenti difficilissimi, ma soprattutto per la spessa coltre di nebbia che ha avvolto la vita politica di questo paese, rendendola impenetrabile ai più e facendone una sorta di fantasma informe e senz’anima. Se la crisi economica che ha scosso il mondo intero fin nelle fondamenta ha cause riconoscibili, analizzabili e dunque anche superabili con opportune e necessarie correzioni di rotta, la crisi che invece attanaglia ormai da anni l’intero sistema culturale che dovrebbe sottendere alla vita sociale, politica e civile del nostro paese sembra ormai irreversibile, tesa ad un costante aggravamento che non conosce limiti né tantomeno fa intravedere una possibile inversione di tendenza. Gli effetti di una serie di croniche concause si sono finalmente saldati l’uno con l’altro ed hanno portato a compimento l’opera di erosione progressiva che nel tempo ha definitivamente consumato la struttura portante di una intera società, lasciandola spolpata e risecchita come lo scheletro di un dinosauro, utile solo a testimoniare l’esistenza di un’epoca che fu, ma del tutto privo di un qualunque fremito di vita residua. Paghiamo oggi per l’intero il salatissimo conto di un’epoca forcaiola, giustizialista, massimalista e populista che parve rappresentare la fine di un sistema obsoleto e corrotto, ma in realtà servì solo ad aprire la strada alla fine della democrazia sostanziale, seppellita sotto la lapide di Mani Pulite e sostituita con l’effimera stagione del bipolarismo all’italiana, invenzione futile ma tossica che ci ha avvelenati tutti, assuefacendoci alla totale rinuncia ad ogni responsabilità. Quando in una società si consuma lo strappo totale fra politica e cittadini, viene meno di fatto il presupposto fondamentale di una collaborazione fra parti sociali, si nega il riconoscimento di un diritto ma anche di un dovere, quello che fa di tutti noi i responsabili delle dinamiche che regolano la nostra vita di comunità. [segue]

di Chiara Boriosi | 3 Gennaio 2011

Ne uccide più la mancanza di idee che la crisi economica, questa è stata la lezione che ci ha lasciato il 2010, anno che non rimpiangeremo ma che certo ricorderemo come uno dei peggiori della nostra storia repubblicana, non tanto o non solo per gli effetti della recessione, seppure pesante, che ha colpito duro nella vita di tanti italiani, e che spesso ha fatto attraversare loro momenti difficilissimi, ma soprattutto per la spessa coltre di nebbia che ha avvolto la vita politica di questo paese, rendendola impenetrabile ai più e facendone una sorta di fantasma informe e senz’anima. Se la crisi economica che ha scosso il mondo intero fin nelle fondamenta ha cause riconoscibili, analizzabili e dunque anche superabili con opportune e necessarie correzioni di rotta, la crisi che invece attanaglia ormai da anni l’intero sistema culturale che dovrebbe sottendere alla vita sociale, politica e civile del nostro paese sembra ormai irreversibile, tesa ad un costante aggravamento che non conosce limiti né tantomeno fa intravedere una possibile inversione di tendenza. Gli effetti di una serie di croniche concause si sono finalmente saldati l’uno con l’altro ed hanno portato a compimento l’opera di erosione progressiva che nel tempo ha definitivamente consumato la struttura portante di una intera società, lasciandola spolpata e risecchita come lo scheletro di un dinosauro, utile solo a testimoniare l’esistenza di un’epoca che fu, ma del tutto privo di un qualunque fremito di vita residua. Paghiamo oggi per l’intero il salatissimo conto di un’epoca forcaiola, giustizialista, massimalista e populista che parve rappresentare la fine di un sistema obsoleto e corrotto, ma in realtà servì solo ad aprire la strada alla fine della democrazia sostanziale, seppellita sotto la lapide di Mani Pulite e sostituita con l’effimera stagione del bipolarismo all’italiana, invenzione futile ma tossica che ci ha avvelenati tutti, assuefacendoci alla totale rinuncia ad ogni responsabilità. Quando in una società si consuma lo strappo totale fra politica e cittadini, viene meno di fatto il presupposto fondamentale di una collaborazione fra parti sociali, si nega il riconoscimento di un diritto ma anche di un dovere, quello che fa di tutti noi i responsabili delle dinamiche che regolano la nostra vita di comunità. Consegnandoci mani e piedi alla irresponsabilità civica bipolare, sancita da una legge elettorale che di fatto ci ha espropriato di ogni possibilità di intervento sulle scelte apodittiche dei partiti, abbiamo rinunciato alla nostra funzione primaria di controllori della democrazia, di fatto mandiamo avanti questo paese con il nostro lavoro ma ne siamo esclusi come servitori che alla fine della giornata lavorativa escono per andare altrove, estranei senza volto, senza peso e senza posto attorno alla tavola del potere. Il peccato originale che ci accompagna dalla nascita dello stato unitario non è mai stato cancellato, ma è stato piuttosto aggravato dalle vicende che hanno caratterizzato la nostra breve storia comune, nella quale i pochi che si sono posti il problema di creare una coscienza civile, sociale e delle istituzioni che facesse da collante ad un’operazione di unificazione compiuta con la forza e non con la consapevolezza, sono stati cancellati dai molti, troppi, che hanno invece mirato solo a garantirsi il controllo della locomotiva, lasciando indietro tutto il resto. La gravissima carenza di una cultura dello stato e della partecipazione democratica è stata offuscata da una logica di contrapposizione che da sempre ha caratterizzato la nostra stessa anima di cittadini; abituati per secoli alla divisione, ai piccoli confini degli staterelli pre-unitari, alla sopravvivenza quotidiana come unico obbiettivo sostenibile, sembriamo obbedire a caratteristiche genetiche incancellabili che ci spingono alla dinamica dell’essere a favore o contro qualcosa o qualcuno, senza mai porsi il problema di un superamento culturale, prima ancora che politico, di questa pericolosa impasse. Non pare esserci alcuna possibilità di redenzione da questo peccato, che costituisce il nostro limite più grande, la nostra più aperta fragilità, poichè ci impedisce di accedere ad un confronto ragionato e motivato, e ci lascia nelle vesti di scalmanati tifosi di un eterno derby fra squadre rivali. Ieri erano bianchi contro rossi, oggi Pdl contro Pd, ma la mancanza di un progetto di ampio respiro, di una costruzione del pensiero civile e democratico, economico e sociale è la stessa, aggravata dal progressivo abbassamento del livello del dibattito; un tempo, almeno, si confrontavano due visioni diverse della società che, pur con tutti i limiti dell’una e dell’altra, vedevano intellettuali, artisti, filosofi, giuristi, sfidarsi sul terreno delle proprie convinzioni e trarre da questa sfida motivo di passione civile, speranza di crescita, lievito per le idee. Non erano anni migliori, e non ne faremo dunque qui l’apologia, ma erano ancora anni in cui si avvertiva urgente la sfida del futuro, e la si avvertiva nel pensare prima ancora che nel fare, nel confronto fra due mondi, due approcci alla vita, due culture che, per quanto lacunose entrambe, avevano però in sé germi di sviluppo. La spinta della sinistra riformista, l’apertura liberale, la dottrina sociale, l’irruenza radicale, hanno caratterizzato anni difficili, hanno dato vita a scontri portati fino a derive tragiche, hanno forse persino spaccato un paese che invece aveva bisogno di unità, e prima ancora di identità, ma hanno avuto anche il merito di alimentare il senso di partecipazione ad un progetto che ci riguardava comunque tutti, fossimo d’accordo con l’uno o con l’altro, perché ci toccava nella nostra vita e, di più, nella costruzione del nostro futuro. Abbiamo pur vissuto, e dovremmo sforzarci di ricordarla, la grande stagione della passione civile, dell’impegno sociale, della sfida intellettuale che ci appassionava anche da giovanissimi; oggi, non rimpiangiamo la giovinezza – chè essere giovani è un mestiere difficilissimo, specie in questo paese votato alla geriatria – sappiamo anzi vedere con maggior obbiettività i limiti, le illusioni, le utopie, le manchevolezze degli anni in cui ci siamo formati come persone e come cittadini, ma sentiamo, questo sì, e la sentiamo profondamente, la mancanza di quella passione civile che è stata bruciata sul rogo del fasullo progresso bipolare. Oggi che la politica si fa con il fango gettato addosso a chiunque, oggi che la sfida intellettuale la si combatte nella palude dell’insulto e dell’infamia, oggi che dell’elaborazione ideale e progettuale si è persa ogni traccia – oggi vorremmo ritrovare quella passione che fece di noi giovani degli adulti raziocinanti e consapevoli delle proprie responsabilità, e non limitarci a rimpiangerla pensando che un tempo, sì un tempo, siamo stati vivi.

Chiara Boriosi

Pubblicato in : L'Angolo di Chi.bo

Info Chiara Boriosi

Chiara Boriosi, umbra di nascita e fiorentina di adozione, laureata in Lettere all’Università di Firenze con il Prof. Giorgio Luti, accanita lettrice, scocciatrice per vocazione, polemica di natura…insomma, Chi.Bo.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. puccio cartoni

    7 Gennaio 2011 alle 19:13

    “Oggi che la politica si fa con il fango gettato addosso a chiunque, oggi che la sfida intellettuale la si combatte nella palude dell’insulto e dell’infamia, oggi che dell’elaborazione ideale e progettuale si è persa ogni traccia” : beh ,è quello che dice Berlusconi ,naturalmente deriso in tutti salotti bene,quando rievoca il fantama dei comunisti. In effetti è proprio la cultura tipica dei regimi comuunisti che domina le piazze .Per cui veramente vorremmo ( ti esprimi benissimo ,e rilancio le tue parole come un augurio sincero) “ritrovare quella passione che fece di noi giovani degli adulti raziocinanti e consapevoli delle proprie responsabilità, e non limitarci a rimpiangerla pensando che un tempo, sì un tempo, siamo stati vivi”.
    Buon 2011 a tutti !

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