Il processo a Saddam Hussein ha un vizio d’origine, quello di essere stato celebrato da uno Stato inventato da forze militari straniere, Queste ultime, certo, sono il braccio secolare di nobili Nazioni democratiche, il meglio del mondo contemporaneo, ma restano pur sempre forze di protettorato se non di occupazione. Il verdetto contro Saddam Hussein è dunque avvelenato dal fatto che il processo di Bagdad è stato eterodiretto dall’Occidente. In questo stato di cose, dare corso alla sentenza di morte, a che diavolo serve? Non certo a pacificare l’Iraq che è sempre più diviso in etnie e una di queste, quella sunnita, reagisce già con furore alla condanna. Si potrebbe tutt’al più immaginare che la sentenza di Bagdad può valere come messaggio indirizzato ai gruppi dirigenti degli Stati tirannici: “State attenti a quel che fate perché l’Occidente vi punirà”. Ma, a parte che non è compito dell’Occidente trasformarsi in un giustiziere internazionale e a parte che molti Stati tirannici che non si comportano meglio di Saddam Hussein sembrano intoccabili perché fanno da spalla all’Occidente, resta il fatto che è difficile credere che il nodo mediorientale possa essere avviato a soluzione con tali mezzi. Meglio dunque lasciare in vita Saddam Hussein e tenerlo alla sbarra nei tanti processi che lo attendono per i tanti capi di accusa che gli sono stati mossi.
Un lungo processo, mentre in Mesopotamia la situazione evolve, può scolorire il vizio di origine del tribunale di Bagdad e illustrare più compiutamente alle plebi irachene cosa è stato il loro passato. Ecco perché il “no” alla esecuzione della condanna a morte non è solo una scelta culturale, ideologica e morale, ma una scelta politica.
Lelio Lagorio.

ma perche perdere tenpo e soldi su un criminale che tutti sappiamo che non vale il costo di una pallottola in testa “per far vedere che siamo democratichi? no siamo senplichemente stronzi