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La via italiana all’economia ‘sociale’

di Leonardo Scimmi | 29 Luglio 2012

Progetti di codecisione sul modello della Mitbestimmung tedesca.

Nel 2003 il legislatore italiano ha introdotto in via opzionale il sistema dualistico di amministrazione e controllo della società per azioni, la cd “governance duale”, in cui l’impresa è guidata da un consiglio di gestione eletto da un consiglio di sorveglianza eletto, a sua volta, dall’assemblea.
Il riferimento storicamente più importante è il sistema tedesco o “renano” di disciplina della società per azioni.
In Germania il consiglio di sorveglianza ha un ruolo molto importante, sia di controllo sul bilancio che nella determinazione delle strategie dell’impresa e degli investimenti.
Come notato in precedenti articoli sul tema, nell’ordinamento tedesco il sistema dualistico è da lungo tempo utilizzato anche allo scopo di perseguire obiettivi di carattere sociale, attraverso la partecipazione al consiglio di sorveglianza da parte di rappresentanti di lavoratori.
La Mitbestimmung (codecisione) realizza una soluzione di compromesso fra le istanze delle diverse classi sociali in un contesto fortemente industrializzato come quello tedesco, attraverso una pragmatica mediazione fra proprietà e lavoro, obiettivi del capitalismo e giustizia sociale, principi della massimizzazione del profitto e protezione di una serie diritti ed interessi dei dipendenti: alla sicurezza del posto di lavoro, a migliori condizioni di prestazione della propria opera, e così via.
Ma come funziona in pratica la Mitbestimmung?
Essa va innanzitutto tenuta distinta dall’analoga forma di compartecipazione dei lavoratori che si esplica all’interno delle varie unità aziendali, mediante il riconoscimento di diritti di rappresentanza ed informativa sulla gestione del personale in seno al c.d. consiglio di azienda (Betriebsrat).
La codecisione a livello di impresa si è sviluppata in Germania sin dagli anni ‘20 del Novecento ed è attualmente regolamentata da una serie di leggi speciali, per effetto delle quali nelle società che impiegano da 500 a 2000 lavoratori un terzo del consiglio di sorveglianza è eletto tra i rappresentanti dei lavoratori e due terzi fra i rappresentanti degli azionisti; per contro, le imprese di maggiori dimensioni sono soggette ad una disciplina più stringente, che impone il principio della pariteticità tra rappresentanti di lavoratori ed azionisti, salvo il voto prevalente del presidente, il quale è solitamente espressione della proprietà.
I datori di lavoro tedeschi ritengono indubbi i benefici legati ad un maggiore grado di responsabilizzazione dei lavoratori derivante da un loro coinvolgimento “informato” nella gestione dell’impresa (banche incluse), con ricadute virtuose in termini di crescita della produttività, della competitività e dei salari, diminuzione del tasso di turnover, maggiore motivazione dei dipendenti e formazione della forza lavoro a livelli eccellenti.
Insomma, il sistema dualistico tedesco, per effetto dell’operatività della Mitbestimmung, è un modello economico e sociale insieme, come tale espressione di una particolare economia di mercato (Soziale Marktwirtschaft) che privilegia le decisioni consensuali a scapito del conflitto aperto, piani aziendali di lungo termine piuttosto che profitti nel breve.
Il legislatore italiano non ha introdotto, tuttavia, la Mitbestimmung nella riforma del 2003.
Su posizioni compattamente contrarie alla Mitbestimmung si attesta nel nostro paese il fronte dell’imprenditoria, di Confindustria e dei liberali classici, i quali intravedono nell’istituto un espediente per scaricare sui datori di lavoro i costi della pace sociale, dell’aumento dei salari e della produttività. Tale ostilità trova tradizionalmente una sponda nella posizione dei sindacati più radicali, come la CGIL, i quali hanno da sempre avversato forme di contaminazione fra capitale e lavoro, opponendo – salvo sparute voci fuori dal coro – un fermo niet alla proposta riformista ed assegnando un ruolo di controllo della discrezionalità manageriale allo strumento della contrattazione collettiva.
All’inizio della legislatura in corso sono stati presentati al Senato due disegni di legge in materia di compartecipazione.
Dopo due anni e mezzo di sospensione, lo scorso febbraio il comitato ristretto successivamente costituito ha rilasciato un articolato legislativo per la Commissione Lavoro del Senato che prevede la possibilità per le società italiane di stipulare con le organizzazioni sindacali contratti collettivi su base aziendale volti a istituire forme di coinvolgimento dei lavoratori quali  può essere prevista la partecipazione di rappresentanti dei lavoratori nel consiglio di sorveglianza, così riprendendo in qualche modo l’istituto della Mitbestimmung e mettendo i lavoratori nella condizione di prendere parte alla gestione societaria, con rappresentanza negli organi di amministrazione e controllo, sempre che la codecisione sia previamente accettata in via negoziale dalle parti sociali.
Qualora una forma di partecipazione alla governance debba essere promossa in Italia, ciò dovrà necessariamente avvenire “dal basso”, sulla base di una scelta volontaria e negoziale dei soggetti coinvolti nelle relazioni industriali. Al contrario, come si è visto, la Mitbestimmungsgesetz tedesca, ispirata da una forte e radicata cultura di cogestione, prevede semplicemente ed obbligatoriamente che tutte le imprese organizzate sotto forma di società di capitali – ed altre – che impieghino un numero di dipendenti superiore ad una certa soglia siano soggette allo statuto compartecipativo.
Si vedrà quale sarà l’esito dell’iter legislativo del progetto di legge unificato in questione. In ogni caso, la soluzione ivi prospettata appare improntata ad un riformismo graduale e rimesso alla autonomia negoziale, nell’ottica di una valutazione in via sperimentale della reale appetibilità di un sistema ancora piuttosto alieno alla cultura industriale italiana.

Pubblicato in : Primo piano

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