
– Lei che ne e’ stato allievo On.Lagorio,prima di essere uno dei massimi esponenti del PSI, pensa che si possa parlare di Calamandrei socialista?
-Calamandrei e’ stato socialista? Dipende da cosa si intende: pensiero, partecipazione, militanza? E molto dipende da cos’era il socialismo nel tempo vissuto da Calamandrei.
-Si?
– Calamandrei è interventista democratico nel ’15; nel primo dopoguerra, liberale amendoliano; negli anni della affermazione del fascismo, legato a Salvemini e ai Rosselli; aderisce al movimento “Giustizia e Libertà” durante la guerra, poi al partito d’azione di cui diventa uno dei maggiori esponenti.
Quando il partito d’azione ha la prima scossa tellurica interna (1946) con l’uscita di Ugo La Malfa e Ferruccio Parri che si collocano sul versante della democrazia risorgimentale e del partito repubblicano (e a Firenze fondano l’eccellente giornale “L’Italiano”), Calamandrei rimane nel partito d’azione. Eletto deputato alla Costituente nella lista nazionale degli azionisti, è uno dei veri Padri della nostra Costituzione. Quando nel ’47 il partito d’azione in un suo congresso nazionale prende atto della inanità del suo sforzo di creare un nuovo e consistente partito di sinistra e decide di sciogliersi entrando nel partito socialista italiano (PSI), Calamandrei si rifiuta e con altri organizza un provvisorio movimento autonomo. Quando De Gasperi espelle dal governo socialisti e comunisti (maggio ’47), Calamandrei non gli vota contro (e con lui sono Matteotti e Silone), comprende che c’è una svolta di fondo, un “sì” o un “no” all’Occidente democratico e non si sottrae al suo dovere di sincero e libero europeo.
-Dopo queste prese di posizione nettamente tese ad un autonomia di fondo dell’azione di Calamandrei , in realta’ cosa succede?
– Poco dopo, in occasione delle tempestose elezioni del 18 Aprile 1948, aderisce al cartello elettorale di “Unità Socialista”, in realtà guidato da Saragat e dal suo partito socialdemocratico. Però…eletto deputato alla Camera per i socialdemocratici, Calamandrei presto sente di non poter sopportare la politica di centro di De Gasperi al quale Saragat si è alleato. Nel ’49 in contrasto con Saragat si dichiara contro il Patto Atlantico; poi, venuto sul tappeto il tema della CED (Comunità Europea di Difesa), progetto sostenuto con forza da De Gasperi e Saragat, è “contro” perché l’unità europea non può cominciare col riarmo della Germania; nel ’53 è di nuovo in contrasto con Saragat a proposito della legge elettorale maggioritaria (la “legge truffa”) e lo abbandona. Così, fonda il piccolo movimento di “Unità Popolare” e ne segue le sorti.
-Con quali risultati ?
Quando nelle elezioni comunali di Firenze del ’56 Unità Popolare sigla un’alleanza locale col PSI accetta di capeggiarne la lista. Il risultato elettorale è un trionfo. Il PSI candida Calamandrei a sindaco di Firenze, ci sono le condizioni perché lui possa riuscire e con lui nella Sala di Clemente VII poteva anche cominciare una nuova e diversa storia di Firenze. Ma Calamandrei non se la sentì.
-Da cosa fu motivata questa rinuncia ,in un un uomo non solo di pensiero, ma indubbiamente anche d’azione ?
-Gli pareva che nessuno potesse fare efficacemente il sindaco senza disporre di una maggioranza sicura e in quella tornata elettorale non c’era nessuna maggioranza tradizionale, né di centro, né di sinistra. Bisognava dunque immaginare qualcosa di diverso: e cioè tentare con La Pira una via inedita, un tripartito DC-PSI-PSDI. Sarebbe stata, a metà degli Anni Cinquanta, una novità esplosiva. Calamandrei ci pensò e Nenni, sì, proprio Nenni da Roma ci spingeva su questa strada. Ma gli ostacoli erano tanti, i tempi ancora acerbi, tutto era dunque incerto e difficile,. Calamandrei non si sentiva bene, temeva di non avere forza bastante per la dura impresa. Perciò rinunciò. Stava male. Poche settimane più tardi, sopraggiunse la fine.
Non ha certo mai avuto la tessera del PSI, non so se si sia mai formalmente iscritto al PSDI. Ma – più che domandarsi se organizzativamente Calamandrei ha fatto parte del movimento socialista storico – conta sottolineare il suo modo di vedere e giudicare le cose politiche italiane e soprattutto quelle della sinistra.
-Dal suo ritratto ne esce un uomo dalla forte autonomia di pensiero e, se pur rigoroso, sensibile ai mutamenti storico-sociali ma che rifiuta la scelta frontista dei movimenti .e partiti di sinistra
– Aveva ben netto il confine fra movimento socialista e movimento comunista. E non lo nascondeva. Ricordo che nei giorni della Liberazione, tornato all’Università e assunta la cattedra di diritto costituzionale, scelse come suo primo corso di studi un tema allora politicamente scottante: “I diritti di libertà e la legalità”. Considerava quei diritti e la legalità principî fondanti di uno Stato davvero democratico. I giovani comunisti – che assieme a tantissimi altri ragazzi affollavano l’aula dove Calamandrei teneva le sue sfolgoranti lezioni – lo contestarono. Per loro, la difesa delle libertà politiche era un esercizio tipico della destra. Uno dei suoi assistenti – che era comunista e a Calamandrei voleva bene come a un padre – un giorno mi disse vedendo Calamandrei prendere umilmente la bicicletta per tornare a casa (…non è mai stato un mandarino…): “Guarda Calamandrei! Sì, è un destro ma è un galantuomo”.
– Quale secondo lei era il senso, il diritto di liberta’ per ” il destro” Calamandrei ?
– A fronte della pigrizia culturale di tanta sinistra del suo tempo – comunista e socialista indifferentemente – Calamandrei fu un fulgido innovatore, una frusta. Fu il creatore di una nuova categoria di diritti politici, i diritti sociali di libertà ai quali nessuno aveva dato dignità teorica. Definì compiutamente essenza e strumenti di uno Stato democratico per essere uno Stato di tutti, dinamico e volto all’avvenire. Dette valore al pluralismo in contrasto con le teorie dell’egemonia allora molto in voga. Evidenziò i legami indissolubili fra libertà e socialismo e indagò a lungo sul rapporto non conflittuale che deve sussistere fra Stato e masse, fra Stato e partiti di sinistra. Esortava le sinistre a un rinnovamento ideologico profondo e a rifuggire l’area grigia del tatticismo e dell’empirismo. Sosteneva che alle libertà politiche la Repubblica aveva tolto il carattere di privilegio borghese che avevano in passato e che le avevano screditate. Ora, con la Repubblica – diceva – sono un bene supremo, assoluto, e vanno difese sempre, tutte, mobilitando la partecipazione del popolo e la vigilanza organizzata del Paese in un continuo rapporto fra pubblici poteri e cittadini. Su questo si regge l’ordine democratico. Così – diceva – il socialismo, se si fa alfiere di questa rivoluzione liberale e liberatrice, può divenire una pianta che dà buoni frutti duraturi.
Oggi sembrano tutte cose scontate, ma quando Calamandrei levava questa sua voce molti erano ancora muti. Le sue riflessioni e le sue azioni di precursore di tempi e strumenti nuovi di lotta sono la prova e la grandezza di un maestro di libertà.
-Beh possono sembrare scontate ma e’ evidente che non lo sono e che la strada e’ ancora lunga e che molto Calamandrei puo’ insegnare ancora anzi forse e’ stato troppo poco seguito . Ma infine socialista si o no ?
– Calamandrei socialista, allora? Rispondo così: Calamandrei aveva cura delle cose non come sono ma quali dovrebbero essere. Socialista, perciò, ma socialista di un partito socialista come avrebbe dovuto essere: non dogmatico, liberale, umanitario. Questo, credo, è il migliore, il più giusto riconoscimento che la sinistra italiana gli può fare, che la storia italiana gli può riservare.
Sto’ scomodando parole alte? Puo’ darsi ,ma doverose perche’ siamo di fronte ad un uomo alto.
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Laura Lodigiani

Grazie signora Laura. Non conoscevo questo Calamandrei e Lelio ha fatto bene a svelarcelo.
Quante falsità poi si costruiscono intorno ad uomini importanti culturalmente – come anche lo stesso Bobbio – per frasi magari stralciate ad arte, dal loro globale percorso di vita!
“lo avrai camerata kesserling….”