Per capire la crisi della sanità italiana bisogna partire da una verità semplice, quasi scandalosa: la salute non nasce negli ospedali. Nasce molto prima, nella vita quotidiana, nella formazione, nell’ambiente, nelle abitudini. Per millenni è stato così. La sanità era quasi inutile perché la vita stessa era una scuola di salute: si viveva molto all’aria aperta, si lavorava fisicamente, si mangiava poco, si dormiva meglio, si viveva in comunità. E si moriva tardi, spesso senza aver mai visto un medico.
Non è nostalgia. È antropologia. Anche quando l’Europa occidentale viveva nell’ignoranza — Carlo Magno analfabeta, i conquistatori germanici privi di cultura scritta — la vita quotidiana proteggeva la salute. La medicina greco‑romana era avanzatissima, ma la sua eredità si era in gran parte perduta. Eppure, senza saperlo, si viveva in un ambiente che impediva di ammalarsi di sedentarietà, sovralimentazione, stress cronico. I romani, che avevano conservato la capacità di gestire la complessità — acquedotti, fognature, igiene — morivano meno senza sapere il perché. Poi, lentamente, dopo i secoli bui —che tali furono, inutile giraci intorno— l’Occidente ha cercato di riallacciarsi alla cultura antica, ma non ha potuto recuperare l’ambiente per intero. La città moderna è cresciuta troppo in fretta.

Ed è qui che nasce la frattura. La città ha vinto, e la città è un ambiente patologico: cibo ovunque, sedentarietà totale, ritmi innaturali, isolamento sociale, sovrastimolazione, perdita di comunità, perdita di rituali, perdita di movimento. Non farne parte è da eroi. E infatti quasi nessuno ci riesce. La città produce malattia cronica come un’industria: obesità, diabete, ipertensione, depressione, insonnia, gastriti, dolori muscolo‑scheletrici. Il cittadino urbano ha mille sintomi, e il medico di famiglia — solo, senza team, senza specialisti territoriali, senza psicologi, senza dietisti, senza fisioterapisti — non può fare prevenzione. Può solo prescrivere. Tamponare. Rimandare. Sperare. È stato trasformato in farmacista, non per incompetenza, ma per struttura.
A questo si aggiunge un tratto che sembra tutto italiano, ma che tale non è: la dirittomania. Abbiamo trasformato la salute in un elenco di diritti — alla cura, alla scelta del medico, alla privacy, alla libertà terapeutica, a non essere giudicati — ma abbiamo dimenticato il diritto fondamentale: il diritto alla formazione sanitaria, il diritto a un percorso, il diritto a non ammalarsi. In Italia questo diritto non esiste nei fatti. La prevenzione è diventata un consiglio morale, non un intervento clinico. E quando la prevenzione è un consiglio, la sanità diventa un sistema di riparazione tardiva. Arriva quando è già troppo tardi.
Poi c’è l’altro nemico: la burocrazia. La sanità italiana è stata costruita per dare un compito alle Regioni, nate come istituzioni di “indirizzo”. Indirizzo di che? Di nulla, all’inizio. Sono state riempite di personale in gran parte per appartenenza politica, e poi incaricate di gestire la sanità: una follia amministrativa. Ventuno sistemi sanitari diversi, ventuno burocrazie diverse, ventuno modi diversi di fallire la prevenzione. Indebitamento cronico a carico dell’intero paese. L’Umbria — che è un “case study” ideale, data la sua dimensione — non fa eccezione: è nata con gli stessi metodi e gli stessi presupposti del resto d’Italia.
Il “caso” Umbria
E infatti in Umbria sta accadendo ciò che accade ovunque. Gli ospedali sono sotto pressione, i Pronto soccorso sono pieni, i medici di famiglia mancano, gli specialisti scarseggiano, i tempi di attesa sono lunghi, il personale non si trova. La denatalità — malattia tipica del benessere — ha colpito anche qui: meno giovani, meno medici, meno infermieri. E quelli che ci sono vanno in pensione più velocemente di quanto vengano sostituiti.
Nel frattempo, con il PNRR si costruiscono le Case di Comunità —in realtà spesso cambiando solo il cartello di strutture similari nate in precedenza— che oggi sono soprattutto un festival di tagli di nastri: edifici nuovi, ma spesso riadattati, inaugurazioni, foto, ma pochi team, pochi specialisti, poca integrazione. Le strutture ci sono, ma la cultura non c’è. E senza cultura, senza formazione, senza team, una Casa di Comunità è solo un contenitore vuoto.

La lezione inglese è chiarissima: il Regno Unito ha costruito team multiprofessionali, in realtà centralizzando troppo, vedendo così la fiducia crollare, e ora sta correggendo il modello. Non abolisce il team — sarebbe impossibile — ma restituisce autonomia ai medici, ricostruisce la continuità personale, rende flessibile l’organizzazione. La Germania, dal canto suo, ha sempre avuto una medicina territoriale forte, con specialisti integrati e percorsi rapidi: il medico di famiglia non è solo, e infatti il sistema regge.
In Italia, invece, il medico è solo e il territorio è debole. E finché non si capirà che il problema di fondo è la formazione, tutto il resto sarà palliativo. Eliminare il medico di famiglia sarebbe un errore. Rifiutare le Case di Comunità sarebbe un errore. Ma accettarle così come sono — vuote, burocratiche, senza team e senza un chiaro scopo — sarebbe un errore ancora più grande.
Le Case di Comunità devono affrontare il diabete, certo, ma devono affrontare anche la radice del male: lo stile di vita errato. Devono avere nutrizionisti, psicologi, fisioterapisti, infermieri specializzati, incontri di gruppo, percorsi di educazione sanitaria, programmi di prevenzione semi-obbligatori. E, perché, no? con supporto dell’AI. Devono essere luoghi di formazione, non solo di cura. Devono insegnare a non ammalarsi, non solo a gestire la malattia. Il problema non è allentare la pressione su Ospedali e Pronto Soccorso, perché lo si trasferirebbe in gran parte, il problema è rivoluzionare la sanità.
Perché la verità è questa: la salute è formazione, e la formazione viene prima. Se non ti ammali, la sanità diventa quasi inutile.
E l’Umbria — come tutta l’Italia — potrà uscire dalla crisi solo quando avrà il coraggio di partire da qui.
Luciano Priori Friggi
Email: luciano.priorifriggi(at)gmail.com
Avvertenza: le immagini, per ragioni di copyright, sono di fantasia e creata con l’AI.

Luciano condivido il tuo pensiero
soltanto con la prevenzione di può
salvare il sistema sanitario nazionale.
Ma non c’è più ulteriore tempo,
anche se iniziando subito i bonifici
si vedranno solo nel tempo .
Iniziamo a fare educazione già dagli asili nido, scuole dell’infanzia e via via a scuole superiori.
Nelle famiglie ormai incancrenite dal consumismo scellerato non c’è più speranza.