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LA PRIMAVERA MEDITERRANEA FA GIUSTIZIA DI BIN LADEN. E DELL’OCCIDENTE

I giovani che sono circa il 75% dei paesi interessati dalla rivolta, chiedono esattamente ciò che i loro coetanei occidentali invocano dall’altra parte del Mare: sicurezza di prospettive di lavoro, innalzamento delle retribuzioni e (in più ….) l’avvio di un processo democratico. Di Stefania Valbonesi

di Stefania Valbonesi | 12 Maggio 2011

La Primavera che scuote il Vicino Oriente è foriera di un frutto inaspettato: l’unità ritrovata dei palestinesi. Mercoledì 4 maggio, sull’onda di una fortissima emozione popolare che ha trovato sbocco naturale nelle piazze dei Territori Occupati, Hamas e Fatah, dopo quattro anni di violenze ricadute interamente sulla popolazione palestinese, hanno firmato al Cairo la riconciliazione.
Un altro passo inaspettato, dunque, all’interno di quel movimento generale che scuote il Medioriente. Un passo tuttavia che ha molto a che fare con la questione fondamentale che le rivolte arabe pongono all’Occidente, spiazzandolo (come è evidente nella confusione con cui l’Occidente stesso, in particolare l’Italia, si rivolge alla guerra libica): le folle protagoniste delle rivolte non bruciano bandiere americane, non issano fondamentalismi religiosi, non si appellano alla jihad; inneggiano alla democrazia, chiedono maggiore partecipazione alle scelte nazionali, vogliono decidere dove, per chi e come impiegare le risorse del paese.
Incredibile, in particolare per due soggetti: da un lato, appunto, le potenze europee e Usa, con la scheggia fondamentalista dell’Israele di Netanhiau, dall’altro, i gruppi fondamentalisti islamici fruitori del brand Al-Qaeda, o Al-Qaeda stessa.
Iniziando a prendere in considerazione quest’ultimo soggetto, non foss’altro perchè l’uccisione di Bin Laden ha posto un grosso problema all’intelligence mondiale per quanto riguarda l’individuazione dell’obiettivo e del momento in cui i qaedisti colpiranno, un elemento colpisce vistosamente anche il lettore più distratto: la differenza abissale fra il linguaggio dei messaggi di al Qaeda e quello dei giovani, per esempio, di piazza Tahrir.
Che somiglianza vogliamo trovare fra il blogger Khaled Said, ucciso dalla polizia per aver postato su You Tube un video scomodo, e i richiami alla guerra santa degli ultimi messaggi qaedisti?
Quale somiglianza fra le manifestazioni pacifiche del popolo siriano caricato dalla polizia a Daraa, a Homs, a Damasco, e l’incitamento alla violenza proprio di tutta la costellazione qaedista?
La differenza è evidente in termini di linguaggio e obiettivi.
I giovani che sono circa il 75% dei paesi interessati dalla rivolta, chiedono esattamente ciò che i loro coetanei occidentali invocano dall’altra parte del Mare: sicurezza di prospettive di lavoro, innalzamento delle retribuzioni e (in più ….) l’avvio di un processo democratico finora negato con la convivenza più o meno interessata di tutto l’Occidente, troppo preoccupato a fare affari col Raìs di turno, a mettere in sicurezza gli enormi interessi delle multinazionali per preoccuparsi delle condizioni delle persone. Tant’è vero che nonostante la carneficina di civili attualmente posta in essere da Assad sia ben peggiore di quella libica, l’unico paese che ha subito un intervento occidentale è stata la Libia di Gheddafi, l’unico (guarda caso) a possedere una compagnia statale libica per lo sfruttamento del petrolio. Secondo notizie divulgate dal Wall Street Journal, ecco il funzionamento del meccanismo: il governo libico, in base a un sistema noto come Epsa-4, concedeva le licenze di sfruttamento alle compagnie straniere che lasciavano alla compagnia statale libica (National Oil Corporation of Libya, Noc) la percentuale più alta del petrolio estratto: data la forte competizione, arrivava a circa il 90%. “I contratti Epsa-4 erano quelli che, su scala mondiale, contenevano i termini più duri per le compagnie petrolifere”, dice Bob Fryklund, già presidente della statunitense ConocoPhillips in Libia (1).
Con quest’ultima considerazione, torniamo a una delle premesse: lo sbigottimento dell’Occidente di fronte a questi eventi inaspettati. L’Occidente è spiazzato per due motivi: da un lato, perché dopo una pressione ormai ventennale sulla propria opinione pubblica per convincerla che i popolo arabi sono “strutturalmente” refrattari alla democrazia, si trovano davanti alla prova provata del contrario; dall’altro, perché se si compisse davvero ciò che i popoli arabi si auspicano, vale a dire che le loro classi dirigenti guadagnino attraverso quelle elezioni democratiche che sono il fine di tutte le rivolte la rappresentatività reale dei loro popoli e dunque la credibilità internazionale che i comitati d’affari di stampo famigliare al potere si erano finora negati, sarà molto più difficile per l’Occidente mantenere quei patti iniqui su cui si è basata finora l’instabile (Irak, Guerra del Golfo, lotta dello Stato Palestinese) stabilità del Mediterraneo.
Una stabile instabilità, quella mediorientale, che ha reso necessaria e indispensabile, finora, la presenza di Israele, nuclearista convinto, assertore di un compito di domatore delle folle arabe senza il quale l’intero Occidente sarebbe stato in pericolo.
Straordinario. Mantenere da decenni un’intera area geografica in condizione di guerra permanente è stato spacciato da Israele, con la complicità degli Usa, per un mezzo necessario a garantire la pace.
E’ tanto convinta di questo, la classe politica che si riconosce in Netanhiau, da armare legioni di coloni per invadere i Territori, in completo sprezzo di risoluzioni Onu e diritto internazionale, pur di continuare a mantenere bollente il calderone mediorientale e spacciare la sua favola dal sapore statunitense: meno male che ci siamo noi, i buoni, altrimenti Bin Laden vi ucciderebbe tutti!
Concludendo: Bin Laden è morto e quella parte di Occidente che in suo nome ha aperto conflitti epocali non ha più scuse (ne troverà, ma ci vuole un po’ di tempo a rimpiazzare un così magnifico asso); a Settembre, l’Onu sarà investita della questione del riconoscimento dello Stato Palestinese da un fronte finalmente unito (e le reazioni esagitate di Netanhiau&C fanno temere che presto un incidente sarà provocato a bella posta per interrompere quello che potrebbe essere un primo, vero passo verso la pacificazione dell’area); Al Qaeda è stato superata, prima ancora che da un’operazione oscura che sembra fatta apposta per animare fantasmi e rigurgiti di violenza, dalle folle che chiedono democrazia e diritti.
E’ con tutto questo che sarà bene confrontarci.

Stefania Valbonesi

(1). La Libia possiede circa il 3,5% delle riserve mondiali di petrolio, più del doppio di quelle degli Stati Uniti e, con 46,5 miliardi di barili di riserve accertate, (10 volte quelli d’Egitto), supera la Nigeria e l’Algeria (Oil and Gas Journal). Al contrario, le riserve accertate di petrolio degli Stati Uniti sono dell’ordine di 20,6 miliardi di barili (dicembre 2008) secondo la Energy Information Administration.

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