
Sul web, fra le molte informazioni parziali o distorte che circolano sulla storia del conflitto israelo-palestinese, torna continuamente la famosa “sproporzione” della partizione del 1947.
Riprendo allora alcuni dati da un mio vecchio post, perché credo sia utile capire innanzitutto di quali territori e di quali percentuali stiamo parlando.
La ricostruzione che viene proposta più frequentemente è questa: nel 1947 gli ebrei costituivano circa un terzo della popolazione della Palestina e possedevano privatamente appena il 6-7% della terra; eppure la Risoluzione ONU 181 avrebbe attribuito allo Stato ebraico circa il 56% del territorio, contro circa il 43% destinato allo Stato arabo. Presentata così, la conclusione sembra quasi inevitabile: una minoranza avrebbe ricevuto più della metà del paese.
C’è un enorme convitato di pietra che in queste ricostruzioni tende a scomparire la Transgiordania, cioè l’attuale Giordania.
Il Mandato per la Palestina affidato alla Gran Bretagna comprendeva originariamente anche i territori situati a est del Giordano. Nel 1922, in applicazione dell’articolo 25 del Mandato, la Gran Bretagna escluse la Transgiordania dall’applicazione delle disposizioni relative al Jewish National Home e la pose sotto l’amministrazione dell’emiro Abdullah.
Non si trattava di una porzione marginale: la Transgiordania rappresentava approssimativamente il 77-78% dell’area complessivamente ricompresa nel Mandato originario. Nel 1946 divenne poi uno Stato indipendente.
Quando dunque, nel novembre 1947, l’ONU approvò la Risoluzione 181, non stava dividendo quell’intero spazio mandatario originario.
La Transgiordania aveva ormai seguito da venticinque anni un percorso amministrativo e politico distinto. La partizione riguardava la Palestina a ovest del Giordano, cioè grosso modo il restante 22-23% dell’area originariamente compresa nel Mandato.
Ed è di questo 22-23% che circa il 56% veniva destinato allo Stato ebraico, circa il 43% allo Stato arabo, mentre Gerusalemme e i suoi dintorni avrebbero dovuto costituire un corpus separatum sotto regime internazionale.
Se cambiamo denominatore e riportiamo quelle proporzioni all’intera area originariamente compresa nel Mandato, il territorio previsto per lo Stato ebraico equivale quindi, molto approssimativamente, aL 12-13% del totale originario. E una parte considerevole di quel territorio era costituita dal Negev, vastissimo e in larga misura desertico (chiaramente nelle farneticazioni propal il Negev è in realtà un ElDorado!)
C’è poi un secondo equivoco: il celebre 6-7% delle terre possedute dagli ebrei.
Quel numero riguarda la proprietà fondiaria, non la sovranità politica. Sono due categorie completamente differenti. I confini di uno Stato non vengono determinati sommando le particelle catastali possedute privatamente dai membri di un determinato gruppo nazionale. Nel territorio esistevano inoltre terre pubbliche e altre categorie fondiarie che rendono ancora meno sensata l’equazione automatica fra “percentuale posseduta” e “percentuale spettante a uno Stato”.
Naturalmente tutto questo*non significa che la partizione del 1947 fosse l’unica soluzione possibile. Si può discutere della composizione demografica dei due Stati progettati, della continuità territoriale, della qualità delle terre, delle ragioni del rifiuto arabo e persino della legittimità politica della partizione stessa.
Ma bisogna discutere partendo dalla geografia e dalla cronologia reali.
Dire semplicemente che “un terzo della popolazione ricevette il 56% della Palestina” è corretto soltanto se si specifica che per “Palestina” si intende qui il territorio mandatario a ovest del Giordan oggetto della Risoluzione 181.
Se invece quella percentuale viene proiettata retroattivamente sull’intero spazio del Mandato originario, facendo contemporaneamente sparire dalla rappresentazione la Transgiordania e quel 77-78% che aveva già seguito un percorso politico separato, il risultato cambia radicalmente.
David Pacifici

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