Il 25 febbraio sarà tutto finito. Ma cosa resterà di questa campagna elettorale?

Questi però non sono tempi ordinari. La crisi economica ha trovato le istituzioni politiche nazionali condizionate dai limiti del passato. Le profonde trasformazioni in corso su scala mondiale hanno confermato l’urgenza di mettere in campo la più forte volontà politica comune nel procedere sulla via dell’effettiva ripresa economica. Ciò di cui abbiamo bisogno perciò ora è una spinta comune per affrontare le sfide del prossimo decennio. Il cambiamento di cui abbiamo bisogno non avverrà però facendo qualche ritocco qua e là. Soltanto un salto di qualità potrà garantire la prosperità, l’equità e l’occupazione di cui ora abbiamo urgente bisogno.
Eppure nessun salto di qualità sembra prospettarsi all’orizzonte. Le liti interne al Pdl circa la necessità di ricandidare personaggi più o meno noti o il tentativo dell’attuale Presidente del Consiglio di riunire e sintetizzare le forze civiche e di partecipazione sociale che rappresentano, a suo avviso, l’unica alternativa al tracollo politico della destra e della sinistra, in che modo incideranno sullo scenario politico e sociale post-elettorale?
A livello di politica politicante poi liste, movimenti, associazioni di ogni forma e colore, collocandosi fuori da qualsiasi schieramento partitico, sembrano improvvisamente aver trovato la miglior ricetta per la ripresa economica e sociale, creando in realtà una forte frammentazione politica cui corrisponderà inevitabilmente una drastica dispersione del consenso. E mentre il glorioso patto tra Lega e PDL sembra riprendere forma, ricompare una nostalgia mediatica per Berlusconi, nonostante il berlusconismo sia terminato già da tempo per evidenti e precise ragioni di sostanza. Dopo avere infatti nuovamente tentato la carta della lotta al comunismo, che gli aveva portato fortuna in passato, ha iniziato il nuovo anno proprio come aveva terminato il precedente: in televisione. Perché questa scelta? Cui prodest?
Contemporaneamente a sinistra si allarga la ‘progressive alliance’ tra PD, PSI e SEL, già legati da una carta d’intenti nella quale, in un mix quasi perfetto, vengono elencati i diversi obiettivi di governo, con l’aggiunta della neonata formazione politica di Tabacci. Le ragioni? ‘O si vince insieme o si perde soli’ afferma il Segretario. D’altronde il successo del laburista Ed Miliband alle elezioni amministrative nel Regno Unito o la netta affermazione della ‘landesmutter’ Kraft nel Nord-Reno Westfalia vorranno pur dire qualcosa?
Cosa accadrà dal 25 febbraio in poi? Una cosa è certa. A più di due anni dalla morte di Edmondo Berselli, le sue profonde analisi su una ‘Italia imprecisa’, su un Paese alla ricerca continua della normalità sembrano confermate da quanto ogni giorno accade intorno a noi. Analisi per nulla scontate, soprattutto oggi in un paese come il nostro dove prevale la tattica dell’ ‘arrembaggio’ in politica cosi come in altri ambiti decisionali, dove chi corre di più arriva prima, senza tenere conto della posizione degli altri, dei loro interessi, delle loro necessità.
Come in una specie di teoria di Clausewitz rivisitata, il dibattito politico in questi giorni sembra aver perso infatti la sua originalità. Non è sufficiente esercitarsi nel ripetere, parafrasando Giorgio Gaber, ‘la democrazia è partecipazione’ pur di colmare una ormai consolidata carenza politica di programmi e azioni perché la delusione è diffusa e il malcontento è evidente. Non è credibile il ritornello del superamento delle due categorie della destra e della sinistra perché, come giustamente ha osservato Miguel Gotor, sostenere che destra e sinistra non esistono è tipicamente una presa di posizione di destra. Non ha più effetto la mirabolante promessa dell’ultim’ora , né l’incessante tentativo di monopolizzare l’attenzione nei momenti decisivi della competizione elettorale.
Cosa fare allora? Quali strategie adottare per combattere l’antipolitica che negli ultimi anni si è tradotta in vera e propria politica? Gli strumenti ci sono, i protagonisti anche e questa volta sembrano essere davvero nuovi, merito forse della tanto contestata pratica della rottamazione. E i programmi o meglio le agende (ultima tendenza del momento)?
La Seconda Repubblica è tramontata ormai da tempo, mentre l’avvio di una nuova stagione politica, economica e sociale sembra ritardare. Il 25 Febbraio è ormai vicino. Ma la Terza Repubblica è ancora così lontana?

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