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LA POLITICA MONETARIA DELLA BCE

Aiutiamo l’Europa a uscire dalle secche di una crescita con il freno a mano tirato. di Enrico Cisnetto

di Enrico Cisnetto | 9 Luglio 2008

Questa volta ha ragione Jean-Claude Trichet. La Bce ha fatto bene ad aumentare i tassi d’interesse, anzi avrebbe dovuto osare di più e farlo di mezzo e non solo di un quarto di punto, scavalcando così le attese dei mercati. Non c’è dubbio, infatti, che in questa fase della congiuntura, dove il problema è letteralmente esploso per motivi esogeni – il mix tra l’aumento delle materie prime, petrolio in testa, e il crollo delle Borse dopo la crisi finanziaria nata dal crack dei mutui subprime, lo scoppio della bolla immobiliare e il conseguente credit crunch – occorreva dare un segnale anti-inflattivo, e non essendo in grado di farlo i governi, proprio perché la causa della fiammata dei prezzi dipende poco o niente dai sistemi economici interni, non rimaneva che attivare la leva monetaria. Questo, naturalmente, non toglie che in altre circostanze andava fatto il lavoro opposto, essendo preminenti le ragioni della mancata crescita e dunque essendo necessaria una riduzione del costo del denaro. E non sembri schizofrenico questo ragionamento: la politica monetaria, la Federal Reserve insegna, va usata in entrambe le direzioni con frequenza, muovendo i tassi a seconda del momento (specifico, non storico). Per questo, ora, avrei apprezzato maggiormente un aumento più consistente: se è all’inflazione che va data una botta in testa, allora la sia dia senza timori e mezze misure.

Si dirà: ma molti governi europei hanno fatto sapere che avrebbero visto volentieri i tassi fermi al 4%, e quindi già portarli al 4,25% è stata una forzatura. Vero. Ma è altrettanto vero che in molte altre circostanze richieste di riduzione venute da Sarkozy come da altri capi di stato e di governo sono state bellamente disattese, e dunque perchè spaventarsi ora? E poi in questa fase non vale l’assunto “tassi alti uguale minor crescita”.

Non perchè il denaro più caro, specie in un contesto di credito rarefatto come questo, non sortisca un effetto frenante, ma perchè ora l’emergenza è un’inflazione che in meno di un anno è raddoppiata e va fermata prima che deprima del tutto una domanda interna già fiacca ovunque (non solo in Italia). Certo, da noi si è giustamente evidenziato il pericolo della stagflazione, ma è pur vero che i tassi sono affare europeo e per fortuna altrove – Germania in particolare – non c’è la crescita zero all’italiana.

La stagflazione è dunque affare solo nostro, se è vero che la media di crescita di Eurolandia per quest’anno sarà verosimilmente intorno all’1,5%. Così come l’incidenza pesante sul costo del debito – per noi il quarto di punto di ieri “vale” 5 miliardi, una “manovrina” – riguarda soprattutto l’Italia, visto che gli altri paesi continentali hanno una spesa per interessi più o meno della metà rispetto alla nostra.

Detto tutto questo, tuttavia, ribadisco quello che ho già detto nel passato: per l’Italia come per l’Europa – su questo punto non ci sono differenze – il problema dell’inflazione rimane subordinato a quello della crescita. Intanto perchè trattasi di inflazione importata – e allora, semmai, bisogna domandarsi cosa si può fare per sterilizzare le cause di questo sgradevole import – e poi perchè il vero nodo, derivante dalle trasformazioni epocali provocate dalla globalizzazione all’economia mondiale, rimane quello del cambiamento del modello di sviluppo europeo. Qui lo scenario è ormai chiaro: l’Asia è la locomotiva dello sviluppo globale, ha tassi di crescita costanti, soffre marginalmente la crisi finanziaria e rischia solo un po’ d’inflazione da surriscaldamento economico (eccesso di consumi); gli Usa e l’Europa pagano la crisi “immobili-mutui-credito-Borse”, con la differenza che i primi hanno i fondamentali dello sviluppo a posto, tant’è vero che la gettonata recessione (non da me) non si è vista, mentre il Vecchio Continente (vecchio in tutti i sensi) ha una congiuntura a breve migliore ma una condizione strutturale ben peggiore.

Finora né le politiche dei singoli paesi, spesso in contrasto le une con le altre, né tantomeno quel poco di politica economica comune che c’è, così come neppure la (non) politica monetaria della Bce, hanno aiutato l’Europa a uscire dalle secche di una crescita con il freno a mano tirato. Contesto in cui l’Italia, per i problemi tutti suoi che ha accumulato negli oltre 15 anni della Seconda Repubblica, è la peggio messa.

Allora, fermare l’inflazione è opportuno, ma rilanciare lo sviluppo –individuando una nuova vocazione economica e integrando interessi e politiche – è indispensabile.

Enrico Cisnetto (da Terza Repubblica, quotidiano on line di Società Aperta)

Pubblicato in : Dossier

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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