
C’è un fenomeno che più di ogni altro rivela il degrado morale e culturale del nostro tempo: il marketing sulla tragedia. Nulla è più osceno del vedere artisti bolliti, attori e registi dimenticati o in cerca di visibilià, pseudo comici che hanno contribuito per decenni alla desertificazione intellettuale , sportivi, improvvisarsi d’improvviso paladini dei diritti umani, per la brama disperata di un riflettore che si riaccenda per qualche ora.
Eccoli, dunque, gli ex giullari televisivi, che per anni hanno ballato coi pupazzi, scoprire improvvisamente la passione per la militanza; eccoli i politici marginali, che più minuscola è la loro base elettorale più feroce diventa l’accanimento con cui brandiscono la tragedia altrui per strappare qualche voto; eccoli i professori universitari mediocri, incapaci di lasciare una traccia accademica, pronti a trasformare un appello indignato in un credito di carriera.
Il paradosso è che tutte queste iniziative non hanno alcun senso, non hanno alcuna incidenza, non hanno alcun peso reale sul conflitto di cui pretendono di occuparsi. Nessun corteo, nessun festival, nessuna dichiarazione altisonante sposta di un millimetro la realtà geopolitica. Sono operazioni di autopromozione travestite da coscienza civile, sceneggiate locali che servono solo a chi le mette in scena-
Così nascono i festival musicali “per la Palestina”, dove artisti imbolsiti agitano bandierine convulsamente tra gli applausi della massa lobotomizzata.
Così un Fresu qualunque annuncia con solennità di non voler consentire l’esecuzione delle proprie musiche in Israele: gesto del tutto irrilevante sul piano reale, ma perfettamente funzionale al proprio marketing personale. È il trionfo della vanità mascherata da coscienza.
Questi raduni, in realtà, sono nuove discoteche camuffate da manifestazioni: non spazi di lotta, ma luoghi di socialità sostitutiva, dove invece di ballare tra luci stroboscopiche si agitano slogan e bandiere, con la stessa identica funzione di riempire il vuoto interiore di chi vi partecipa. Non sono momenti politici, ma riti di autocelebrazione, pornografia dell’indignazione che consuma la sofferenza altrui per ricavare un’ora di visibilità o di fasulla comparecipazione.
Ed è qui che la condanna deve essere senza sconti: queste iniziative non solo non servono a nulla, ma aggravano il degrado, perché trasformano la tragedia in parodia, lasciando intatto il dolore reale e regalando soltanto hype e applausi a chi campa di irrilevanza.
David Pacifici

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