La nazionale di calcio francese e l’integrazione
I successi della nazionale di calcio francese dovrebbero spingermi a criticare la miopia di una politica italiana che non sostenga lo “ius soli”, a causa dell’applicazione del quale la Francia si trova ad allevare piccoli prodigi sportivi figli di immigrati che considera giustamente suoi cittadini dalla nascita. Ed invece no. Mi capita infatti di pensare che i giovani campioni di colore transalpini creino purtroppo solo l’illusione della possibilità di riscatto per i tanti ragazzi di origine africana loro concittadini. Se i francesi “di vecchia data” concedessero le stesse opportunità sociali che offrono ai giovani campioni di colore ai ragazzi che, nati a loro volta da genitori stranieri, vogliano, nonostante o appunto perché valutabili nella norma come la maggioranza dei coetanei bianchi, puntare ad un buon posto di lavoro senza subire discriminazioni, ebbene, potremmo dire che i “Bleus” rappresentino davvero una società integrata. Eppure molti sociologi parlano tuttora di esperimento fallito in Francia, mentre giudicano in maniera più positiva il modello statunitense (non a livello di sistema giudiziario e carcerario però). In conclusione, questa nazionale francese quasi tutta di colore mi sembra celare un’ipocrisia di fondo della Francia attuale.
Detto questo, non escludo affatto che una nazionale del genere possa diventare un forte volano di integrazione, e non è un caso che i nazionalisti d’oltralpe – pare – non la sostenessero prima della vittoria al Mondiale 2018. Insomma, se dall’ipocrisia del sistema francese può nascere del bene, allora l’accetto volentieri: qualsiasi cosa pur di non dare spazio a gente come la sciura Le Pen, od il sciur Salvini, che, andato in Russia per tifare Croazia, ha dimostrato, una volta di più, la sua pochezza di uomo politico, di uomo di Stato e – aggiungerei – di uomo di spirito (a parte quello bevuto nella patria della vodka, di cui peraltro non ha bisogno per sembrare ubriaco ogni volta che apre bocca).
Fabrizio Amadori

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