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La montagna di debito pubblico: garanzia per l’Italia?

di Sàntolo Cannavale | 4 Agosto 2014

E’ipotizzabile che in questa fase storica così convulsa la forza del nostro Paese sia rappresentata proprio dalla montagna di debito pubblico nazionale?

Il debito pubblico italiano, secondo gli ultimi dati della Banca d’Italia ammonta a 2.166,3 miliardi di euro a fine Maggio 2014, in aumento rispetto alla precedente rilevazione di Aprile che segnalava una esposizione per 2.146 miliardi di euro. Vi è conferma obiettiva: nonostante l’incessante aumento di imposte e tasse decise dagli ultimi governi non si riesce ad incidere sul dato fondamentale della finanza italiana, il debito pubblico per l’appunto, sbocco finale delle difficoltà dell’apparato produttivo nazionale e della cattiva gestione della pubblica amministrazione.

Era auspicabile nell’ultimo anno una riduzione seppur leggera del debito pubblico, era accettabile anche una sua sostanziale stabilizzazione visti i dati insoddisfacenti del Prodotto interno lordo (PIL), ma un peggioramento di queste dimensioni (+ 20 miliardi di euro in un mese) è il segno inequivocabile che questo aggregato non è più gestibile in via ordinaria e con i normali mezzi ed è fuori dalla portata dei nostri politici al governo.

Questo si sottolinea anche perché il contingente, basso livello di tassi d’interesse non sarà fermo e disponibile nei mesi a venire;  insomma la festa dei bassi interessi prima o poi finirà ed i titoli del debito pubblico dovranno essere offerti a tassi di interesse crescenti. Da qui ulteriore spinta all’aumento dell’indebitamento. Dopo la deludente esperienza del governo Monti (nonché di quello a guida Letta e tenendo sospeso il giudizio per Matteo Renzi) le attese per un ridimensionamento del debito pubblico sono solo un sentimento impregnato di genuina speranza. Di fatto è mancato e manca la volontà, il coraggio e la determinazione per affrontare l’ingombrante problema.

Intanto le banche e gli investitori stranieri stanno ancora comprando BTP italiani, non fosse altro perché offrono un rendimento più sostanzioso di quelli tedeschi e francesi e consentono di chiudere con buoni risultati reddituali i bilanci di compagnie di assicurazioni e fondi comuni di investimento.

E’ stato ipotizzato che l’avanzo primario, ovvero l’eccesso di entrate sulle spese al netto degli interessi, necessario a stabilizzare il rapporto debito/Pil dovrebbe essere intorno al 2-2,5% nei prossimi 5 anni. Uno sforzo considerevole, ma possibile. Anche in considerazione dell’esperienza passata. Infatti l’Italia già c’è riuscita nel decennio 1990-1999, sarà per la volontà di entrare nell’euro, sarà per una maggiore crescita a sostegno. Ma questa è teoria: la pratica segnala una crescita insignificante della ricchezza prodotta in un anno e un debito pubblico in costante ascesa.

Vien da chiedere: fino a quando durerà questa bonaccia e questa accondiscendenza alla richiesta dello Stato italiano di nuove, corpose sottoscrizioni di BTP a copertura delle scadenze di titoli similari? E’ ipotizzabile che la forza del nostro Paese in questa fase storica così convulsa sia rappresentata proprio dalla montagna di debito pubblico nazionale? E’ pensabile che siano gli altri e cioè gli investitori stranieri ad occuparsi e preoccuparsi maggiormente – e comunque più di noi – del nostro imponente debito pubblico e dei rischi connessi?

Tutto questo appare possibile tenendo conto della dimensione del nostro Paese, 60 milioni di abitanti/consumatori e 1.365,4 miliardi di PIL (dato Istat 2013). Ma soprattutto considerando che una dichiarazione esplicita dell’Italia di impossibilità a rispettare le scadenze dei titoli e la restituzione del capitale creerebbe una precipitosa caduta dei mercati finanziari in  tutta Europa (ed anche fuori), la rovina di molti risparmiatori ed il possibile fallimento di istituti di credito con investimenti importanti di capitali in titoli di Stato italiani. Di fatto più della metà del debito pubblico italiano è in mani straniere nelle quali versiamo, buoni di animo quali siamo, oltre 40 miliardi di euro ogni anno a titolo di interessi.

Se così fosse – con investitori stranieri attenti e preoccupati per il nostro debito pubblico – avremmo la quasi certezza che mai e poi mai i mercati e gli stessi investitori ci abbandonerebbero e li troveremmo sempre disponibili, magari a malincuore, a sottoscrivere titoli del debito pubblico italiano.  D’altro canto l’esperienza vissuta nel 2012 con la vicina Grecia (appena 11 milioni di abitanti e 3% del PIL comunitario) ha dimostrato un dato di fatto: il danno per i risparmiatori  e per tutto l’apparato finanziario e produttivo europeo é ben maggiore quando si lesinano da subito le necessarie risorse di sostegno al Paese dell’Unione europea in difficoltà e lo si lascia allo sbando, pur sapendo che usa la moneta comune ed è parte integrante, con i dovuti distinguo, del sistema bancario comunitario con al vertice la Banca Centrale Europea (BCE).

Da qui l’imperdonabile errore ed il grande disincanto dei risparmiatori europei nel momento in cui la Grecia, abbandonata a se stessa da Bruxelles (Commissione Europea) e Francoforte (BCE), ha dichiarato il fallimento ed ha negato il credito agli investitori, offrendo di prepotenza circa il 30% del valore nominale a fronte di titoli precedentemente emessi sui mercati a prezzo pieno.

Cosa succederebbe quindi in Italia, in caso di “illiquidità transitoria” o, peggio, di “minaccia di default”? Sulla scorte della amara esperienza della Grecia, la BCE, pur in presenza di muso duro ed atteggiamento ostile della Germania e di altri Stati europei “con i bilanci a posto”, acquisterebbe sul mercato tutti i titoli di Stato italiani, fino all’esaurimento del flusso di titoli freneticamente ed ossessivamente offerti sul mercato. Cioè fino al ripristino del nuovo equilibrio finanziario ed al convincimento degli investitori della presenza decisa e concludente della Banca Centrale Europea (BCE).

La negativa circostanza – minaccia di default dell’Italia – in fin dei conti potrebbe essere quel passaggio “traumatico  ma salutare” che porterebbe alla pronta creazione degli “eurobond” e farebbe da volano per l’attribuzione veloce alla BCE dei poteri e della strumentazione attualmente in dotazione alla Federal Reserve americana, alle banche centrali di Giappone e Gran Bretagna. Tra la strumentazione possibile: la potestà di emettere in autonomia, senza complicati processi autorizzativi, moneta aggiuntiva nella misura utile a bloccare e contenere manovre ostili sui mercati che potrebbero sfociare in crisi di liquidità o in fallimenti di Stati componenti l’Unione europea.

Questa negativa circostanza – il minacciato default dell’Italia o di altro Stato – probabilmente darebbe una spinta alla maggiore coesione politica in Europa, utile a creare aggregazione e capacità di fronteggiare emergenze politiche e finanziarie.

Queste riflessioni registrano un personale cambio di registro in merito alla soluzione del problema in discussione. Vigente il Governo Monti, al fine di dare una spallata al debito pubblico, ho prospettato di applicare un’imposta patrimoniale del 5% sul complessivo patrimonio degli italiani pari a circa 8.000 miliardi di euro, tenendo fuori dal calcolo il valore dell’abitazione primaria. A mio modo di vedere quel costo del 5%  poteva trasformarsi in un guadagno del 10% a beneficio dei contribuenti interessati, in tempi ristretti. Quanto innanzi in ragione dei conseguenti, netti miglioramenti di quotazioni sui mercati obbligazionari e borsistici.

Dopo tanti mesi e tanto riflettere, ho maturato il convincimento che in Italia la parola “imposta patrimoniale” è “tabù” e come tale va cancellata dai normali dizionari, pur sottolineando che di imposte patrimoniali ne stiamo pagando parecchie, ma sotto altre addomesticate denominazioni (Imposta di bollo trimestrale su consistenza titoli, imposte sulle abitazioni, bolli stratosferici per atti giudiziari ed amministrativi, ecc.).

Eccomi qui, pertanto, a valutare addirittura l’insperata “positività e bonarietà” del debito pubblico italiano derivante dalle sue consistenti dimensioni e dalla “cura interessata” degli investitori stranieri effettivi e potenziali, consapevoli delle gravi ricadute a livello complessivo a seguito del fallimento italiano (default) anche semplicemente annunciato.

La considerazione ricorrente secondo cui il debito complessivo dell’Italia è pari a circa un quarto del valore dei beni degli italiani (case, terreni, titoli, disponibilità di conto corrente, ecc.) e sarebbe implicitamente “coperto e garantito” è elemento valutativo di extrema ratio più teorico che pratico. Infatti, in caso di “minaccia di default” mancherebbe all’interno del Paese la calma necessaria per fronteggiare la situazione di emergenza finanziaria. In linea di principio, d’altro canto, non è appropriato confondere debito pubblico con beni privati.

L’esperienza di Cipro ed i tentativi effettuati di bloccare le disponibilità di conto corrente dei ciprioti – senza salvaguardare gli importi minimi garantiti – sono da tener presente in simili circostanze nelle quali la ponderazione, il buon senso, l’approfondimento dei problemi e la relativa condivisione vengono a mancare nella concitazione del momento, di fronte a circostanze avverse, sovente inaspettate, il più delle volte sottovalutate.

Le attuali vicissitudini dell’Argentina – che rischia un nuovo plateale fallimento dopo il default del 2001 – fanno riflettere sulle conseguenze per uno Stato sovrano del mancato pagamento di interessi e capitali connessi ai propri titoli di debito emessi. Si dirà che l’Argentina, a differenza dell’Italia, non fa parte dell’Unione Europea con i suoi 28 Stati membri e non rientra nel gruppo a moneta unica (17 Paesi europei partecipanti) da cui, in teoria, deriverebbe solidarietà e assistenza finanziaria agli Stati partecipanti.
Si dirà pure che il minacciato nuovo default dell’Argentina origina da una sentenza di un giudice degli Stati Uniti di 85 anni che sta anteponendo gli interessi di pochi fondi speculativi americani a quelli di centinaia di migliaia di risparmiatori di tutto il mondo. Di fatto l’Argentina è nuovamente in balia dei mercati e vede assottigliarsi il credito internazionale in campo finanziario che faticosamente, a partire dal 2001, ha cercato di ricostruirsi.

Pubblicato in : Primo piano

Info Sàntolo Cannavale

Laureato in Economia e Commercio, vanta una grossa esperienza nell’ambito bancario. Ha scritto numerosi articoli a sfondo economico-finanziario. Nel 1992 ha pubblicato “Bot, Cct, Btp: Chi salderà il conto? Debito pubblico e riforme elettorali. Crisi dell’Est europeo e riflessi sull’economia italiana”.

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