“Ascolta, figlio mio, gli insegnamenti del maestro e apri docilmente il tuo cuore (…). Io mi rivolgo personalmente a te, chiunque tu sia, che, avendo deciso di rinunciare alla volontà propria, impugni le fortissime e valorose armi dell’obbedienza per militare sotto il vero re, Cristo Signore.” Sono le prime parole del prologo della Regola di San Benedetto da Norcia (santo che si festeggia, giustappunto, lunedì 11 luglio), nelle quali è giusto presagire una lezione dura e forte, per ogni tempo, poiché ispirata all’umiltà, all’obbedienza, al silenzio e alla rinuncia dei propri egoismi. Sono l’incipit di quell’ora et labora che ha permesso ad una costellazione di monasteri di portare la cultura oltre il disordine, l’instabilità e le distruzioni del Medio Evo, per consegnarla alle generazioni successive. L’opera di un vasto, silenzioso e anonimo esercito di amanuensi – con il defatigante impegno intellettuale e materiale nella trascrizione e traduzione di antichi testi dell’Occidente e dell’Oriente, laicamente rivolto alle opere di Maometto come all’Ars amandi di Ovidio – ha costruito e sviluppato il brodo di coltura di una comunanza europea, malgrado le divisioni e le guerre che avrebbero vieppiù afflitto il continente, anche nei secoli a venire e ben prima dei Trattati del XX° secolo, che hanno portato alla nascita di un’Unione di ben 27 Stati.
La proclamazione di San Benedetto quale patrono d’Europa, nell’ottobre del 1964, da parte di papa Paolo VI, è il riconoscimento di questa paternità risalente a quasi 1.500 anni prima, eppure, dinanzi al nostro sguardo disincantato, è evidente trattarsi di un percorso tutt’altro che compiuto.
Mi piace immaginare, allora, che cosa avrebbe da dire oggi, il fondatore di Montecassino, questo potente traghettatore di cultura, ad un’Europa sempre più incerta, incolore, incompiuta, impotente. Un’Europa da tardo impero che, trascorsi i secoli della sua faticosa e sanguinosa costruzione, appare avviluppata in un benessere sempre più chiuso, e scricchiolante, e provvisorio; stretta tra il protagonismo storicamente recente, politico-militare ed economico-finanziario, degli Stati Uniti e quello coevo e prorompente, industriale, commerciale e finanziario, della Cina e del compendio di tigri asiatiche; per non parlare dell’Africa, che sta ancora scontando una storia di dominii e umiliazioni e saccheggi (una autentica storia di tenebre, si direbbe con Conrad) e che pure dà segni, qua e là, di grande vitalità e promette un riscatto, forse a tempi non lontani, grazie anche a voci dissonanti di intellettuali ed economisti (vien facile pensare alla giovane Dambisa Moyo), che elaborano nuove chiavi di lettura dello sviluppo.
Siamo nell’era digitale e dunque, a differenza che nel VII o X secolo, il problema non dovrebbe essere tanto quello di conservare e tramandarecultura. Oggi Benedetto esorterebbe i cittadini di Europa a leggere, interpretare o re-intepretare la loro vicenda storica, soppesando quel patrimonio, la ricchissima cultura che con essa è cresciuta; per riscoprire ragioni e propositi essenziali, per assumere la forza morale che il tempo e gli allettamenti hanno fiaccato, praticando potature del superfluo (che sa diventare nocivo), proprio come si fa con gli alberi: questo, tanto nella vita individuale che nella convivenza sociale, tanto nella politica quanto nella ri-progettazione istituzionale.
Benedetto ci vorrebbe umanamente e socialmente pronti – e non paurosi – al confronto con tutto ciò che è diverso da noi; forti della nostra identità e perciò straordinariamente aperti e tolleranti. Ci vorrebbe con l’umiltà e la moderazione di chi deve ricominciare da capo, non da primo, ma come se fosse l’ultimo. Con l’operosità e lo spirito di sacrificio di chi deve conquistare un traguardo. Vorrebbe un’Europa unita, portatrice di idee e sentimenti costruttivi nella relazione con il resto del mondo, non ancilla domini – chiunque essendo il padrone – ma originale fucina e vessillo di libertà, politica ed economica.
Preferisco immaginare i pensieri e i moniti di questo autentico padre, gli sviluppi contestualizzati della sua difficilissima Regola, piuttosto che ascoltare le parole rituali e vuote di tanti politici. Per poter essere grande nella vicenda storica prossima ventura, l’Europa deve affidarsi appunto ai padri, a uomini che hanno dimostrato levatura di fondatori – e non ad una manica di avventori e mestieranti, che non lasceranno impronta.
Paolo Marini

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