Il Pdl sta implodendo. Da un lato le tante, troppe, diatribe interne, non si contano più le regioni e le città dove il Popolo della Libertà è diviso in due o tre componenti l’una contro l’altra armata, dall’altro gli uomini del nuovo partito di Fini che cercano di fare proseliti sfruttando il malcontento interno. Il carisma di Berlusconi non riesce più a far premio sulle lotte intestine. L’entusiasmo dei primi anni è svanito come neve al sole. Gli iscritti sono in calo costante. Del resto a cosa serve far parte di un partito se poi la base non ha la possibilità di partecipare a nessuna scelta ? Per cercare di arginare la frana l’ufficio di presidenza ha pensato di invertire la rotta. Superando in parte quanto è stato sempre detto sulla necessità di andare oltre il partito tradizionale si è puntato a recuperare una qualche forma di partecipazione della base. Ma per non contraddire del tutto le tesi passate, del resto la proposta l’ha avanzata quello stesso Verdini che è stato fino ad ieri il sostenitore principe della tesi che i tempi moderni richiedono che una forza politica abbia una struttura inesistente e una leadership forte, si è puntato a piccoli aggiustamenti. E’ stato così approvato un documento che stabilisce un diverso modo di procedere alla scelta dei dirigenti sul piano locale. Non più una cooptazione generalizzata dall’alto ma l’individuazione dei responsabili, regionali e provinciali, fatta da una assemblea di eletti (deputati locali, consiglieri regionali e provinciali e sindaci) con l’ultima parola ovviamente riservata a Berlusconi. Elezione diretta da parte degli iscritti invece per quanto riguarda i coordinatori comunali. La mini riforma è stata fatta passare come l’avvio della democratizzazione del partito. In realtà il rimedio se non è peggiore del male è del tutto ininfluente sullo stesso. Siamo in presenza infatti di una misura che cristallizza lo status quo rendendo ancora più difficile alla base di dire la sua scegliendo i propri vertici. Se si elimina il livello del piccolo comune, in tutti gli altri casi saranno chiamati a fare le scelte quei dirigenti che a loro volta sono stati scelti e che, per mantenere la propria posizione, non hanno nessun interesse a far arrivare alla guida del partito, sia pure a livello territoriale, persone che non siano in sintonia con il capo di turno. Una misura di questo tipo assicura certo la pace interna ma non riesce a raccogliere tutte le proposte e le spinte che vengono dal corpo elettorale. In sintesi: la base è sempre guardata con sospetto. Ed è un peccato perché il popolo del centro destra ha voglia di partecipare e di dire la sua. E’ portatore di forti istanze di rinnovamento e di cambiamento. E’ il popolo di centro destra l’anima di quello spirito del ’94 che è stato alla base dei primi successi di Forza Italia. Non si recupera quella spinta propulsiva se non si dà a questa miriade di persone la possibilità di partecipare. Si tenga poi presente, anche in questo caso gran parte del merito, o del demerito secondo i punti di vista, va ascritto a Verdini, che i simpatizzanti del centro destra non possono nemmeno scegliere, con la preferenza, le persone da mandare in Parlamento. La stessa cosa non vale per il centro sinistra che attraverso lo strumento delle primarie sceglie le persone da eleggere. Berlusconi, attraverso misure di questo tipo, ha privilegiato in passato il partito leggero e l’unità interna (i fatti hanno comunque dimostrato che almeno sul fronte dell’unità le cose non hanno funzionato nella maniera sperata). Ora si sta accorgendo che il meccanismo ha dato risultati perversi. E’ questo il senso della sparata “l’immagine parzialmente negativa che abbiamo oggi è da ascriversi al partito e non certo al governo”. Solo che anche Berlusconi è prigioniero del sistema che ha creato e che ha fatto crescere una pletora di pretoriani che, una volta cooptati , non vogliono correre il rischio di perdere il potere acquisito innescando un meccanismo di partecipazione della base che molto probabilmente li manderebbe, almeno in gran parte, a casa. Il sistema è talmente consolidato che prescinde dai risultati. Il caso della Toscana è paradigmatico. Elezione dopo elezione il partito perde voti ma nessuno degli iscritti riesce a cambiare i dirigenti e nessuno degli elettori riesce a cambiare gli eletti. Gli iscritti infatti non votano e agli elettori è stato tolto lo strumento della preferenza. L’unica alternativa, non condividendo non la politica del partito ma gli uomini che lo rappresentano, è quella, per gli iscritti di abbandonare il partito, e per gli elettori di astenersi quando non votare per un’altra forza politica. E’ quello che sta avvenendo. I tanti conflitti locali, la nascita del gruppo finiano, la crescita elettorale della Lega sono tutti effetti della assoluta mancanza di democrazia interna al Pdl. Una mancanza a cui ora non riescono a porre rimedio le nuove regole approvate. Se Berlusconi sciogliesse il partito esistente, ne creasse uno nuovo dando vita, attraverso un comitato promotore ad iscrizioni di massa, facesse scegliere candidati e dirigenti, attraverso delle vere primarie, otterrebbe alle elezioni un risultato clamoroso. Però anche Berlusconi ha perso lo smalto del ’94. Continuerà certo a governare, ma non sarà più la stessa cosa. La fine del PDL e del berlusconismo è iniziata.
Giancarlo Magni

Benissimo, nulla contro Berlusconi, ma ben venga il nuovo, vista l’età mi sembra ora del cambiamento.
Dobbiamo però ricordarci che l’Italia ha perso guerra e territorio, ora è solo un piccolo paese in via di estinzione, mascherata dalle immigrazioni, senza le quali vedremmo, che siamo diminuiti di milioni in pochi anni: Peggior risultato del Mondo, sia con la sinistra che con la destra.
Perciò stiamo attenti ai mediocri che i super eroi per l’Italia sono una necessità non un lusso, chi non l’ha ancora capito, prego andare.