Solo l’incomprensione della crisi attuale, paragonata a una delle ricorrenti crisi del capitalismo industriale e finanziario, ha fatto credere che il rigore e il buon governo potessero scansarci dal disastro.

Resta il fatto, smesso il tono comico, che le figurette tristi al governo del paese non si azzardano nemmeno a comprendere cosa accada a una democrazia quando scopre d’essere imbalsamata nel mercato, ossia una democrazia in cui tutte le garanzie ottocentesche che i nostri nonni e bisnonni difesero e sancirono nella Carta del 1947 sono ampiamente difese e distribuite, ma di fatto inutili, e non per tribunizia demagogia ma realmente inutili qualunque sia l’esito delle urne. Solo l’incomprensione della crisi attuale, paragonata a una delle ricorrenti crisi del capitalismo industriale e finanziario, ha fatto credere a persone inadeguate nell’intuizione dei tempi che il rigore e il buon governo potessero scansarci dal disastro. In realtà la crisi attuale si accompagna a condizioni storiche inedite, quali il commercio mondiale costretto nel cortile di casa, una ricchezza basata sempre più su beni immateriali, le materie prime al lumicino, l’impossibilità di scatenare un conflitto globale, ossia l’impossibilità di risolvere la crisi ricorrendo al riarmo, come fece Roosvelt nel mitico new deal o come Truman col piano Marshall che arricchì generosamente gli States per aiutare un’Europa terrorizzata, e infine va ricordata tra le condizioni impreviste la presenza d’una ricchezza davvero inedita, la ricchezza senza riscontro monetario, mai esistita nella storia dell’economia umana. Queste condizioni nuove vorrebbero risposte nuove che le figurette operanti nei governi europei e oltre atlantici, per non parlare degli euroceti svagati e felici, non possono e non sanno dare. Il massimo che costoro riescono a concepire come salvezza è l’ammucchiata, oggi in Europa, domani nell’Euroafrica, e poi chissà, quel tutti insieme appassionatamente dove si spera di confondere pregi e magagne e così scamparla. Il mito dell’euro e dell’unione europea resiste solo in questa prospettiva, naturalmente nel monito che l’Italia o gli altri paesi del continente non potrebbero mai competere con i giganti asiatici e americani. Ma un paese che produce ricchezza materiale in virtù della sua reale qualità è sempre competitivo e remunerato anche se in pochi settori, indipendentemente dalla sua estensione territoriale e demografica, a patto che la qualità sia vera e non lo scadente prodotto italiano camuffato nel Made in Italy degli ultimi anni. E pure è sempre rispettato quel paese che sappia comprendere l’importanza non militarista d’una forza armata vera, un paese che non s’illuda come l’Italia di mettersi al riparo dell’ombrello altrui, quando con appena sessanta milioni di anime vecchie ha creduto di poter rinunciare alla leva obbligatoria, alimentando il menefreghismo generazionale in linea, guarda caso, con la gioia individualistica amata dal mercato. La vicenda libica, su cui è calato un velo pietoso, lo dimostra ampiamente. L’Italia doveva saper dire e imporre un “no” secco, ma questo “no” era impossibile, addirittura ci si rende ridicoli e antistorici a esigerlo perché da decenni abbiamo rinunciato a pensare “ pro domo nostra”, se non per polemiche interne che a destra passavano per difesa della patria dal comunismo incombente e a sinistra per giustizia sociale contro il fascismo pur esso incombente. Vecchia e incapace di rigenerasi fuori da quattro idee asfittiche, la classe politica non poteva che essere partecipata da figurette trite e ininfluenti, fino a produrre anticorpi immaturi e pressappochisti.
Siamo invece in un processo storico nuovo la cui crisi richiederebbe risposte che non possono essere improvvisate nelle democrazie elettive e senza idee insaccate nel mercato. Risposte nuove dovevano calare dallo studio e dall’intelligenza né di politici né di tecnici ma di chi avesse intuito, anticipato e preparato i tempi, non professori che vanno a rileggere l’andamento delle crisi del 1890 e del 1929 per chiedersi cosa fare nel 2012. Intanto l’esigenza di risposte nuove porta a dire che anche le elezioni del 2013 non cambieranno nulla, perché la decisione politicissima della sceneggiata del governo tecnico ha fatto cadere il velo su cui si reggeva la nostra stenta democrazia elettiva, ossia l’accordo sul rinnovamento delle assemblee da parte del corpo elettorale, e quindi la finzione dell’accordo tra elettori e eletti. La scelta del governo tecnico ha smascherato per sempre la delicata finzione su cui si basa ogni democrazia rappresentativa ed è questo il tumore che si spera di curare non diagnosticandolo. È molto probabile che già nel2013 aurne ancora aperte si comincino a denunciare brogli elettorali, ossia che la sacralità del rito elettorale non sia più condivisa, la regola per cui obtorto collo gli sconfitti devono accettare il risultato. Una volta decaduta la sacralità del rito verrebbe a determinarsi una spaccatura tra società e organi istituzionali che imporrebbe un’affrettata revisione della Costituzione, rinviata da decenni e ora attuata in stato di necessità. Queste ipotesi a primo acchito pessimistiche stanno invece dietro l’angolo, e la classe politica incantata dal perpetrarsi d’un eterno dopoguerra con suoi meccanismi collaudati non ha saputo vedere. Il governo Monti non significa una sospensione della democrazia, ma porta a galla la natura della democrazia elettiva una volta alleata al mercato, ossia che è una democrazia insaccata, e questo vale per tutte le democrazie dall’Occidente allargato.
Ma allora quali potrebbero essere le risposte nuove? Sembra che la chiave di volta sia la politica estera, su cui invece le figurette che governano il paese sono sempre più codine. Prima di tutto si dovrebbe comprendere che la politica estera, di cui la forza armata è una componente essenziale una volta smesse le ipocrisie costituzionali, è la condizione ineliminabile per una buona gestione della società italiana, per la correzione delle ingiustizie e il buon funzionamento degli organi istituzionali riadeguati al momento storico. Di conseguenza sarebbe auspicabile un graduale sganciamento dalle ammucchiate libresche tenute in piedi col terrorismo ad arte alimentato da un dopoguerra strisciante e eterno riproposto in mille salse. C’è qualche anima candida ancora attardata a pensare che un paese con un deterrente nucleare anche minimo si farebbe imporre facilmente il ricatto dello spread? E per restare alla fondamentale politica estera, che Nato e Europa ci negano, e visto che non si può profumare in casa se siamo maleodoranti agli occhi altrui, forse varrebbe la pena ripristinare la sana e vecchia politica degli accordi bilaterali tra Stati e non solo tra imprese, accordi da cui nascono aree economiche e geografiche omogenee anche se non limitrofe. Dico accordi non solo economici, di vasta portata e impegno reciproci, accordi plurisettoriali. Il mito dell’unione europea nacque dall’orrore della comune distruzione, ma il tempo delle vacche grasse dette a intendere di poter cancellare il peso delle diversità che invece nel tempo di vacche pelle e ossa restano e riaffiorano, e molto più profonde di quanto lo spread dimostri. L’unione europea nacque dai libri di storia e là rimane e rimarrà, perché solo nei libri di storia si può recitare l’idea balzana della radice comune d’un irlandese e d’un ungherese. Ci furono migliaia di anni precedenti Roma e il cristianesimo che anche Ratzinger dovrebbe ricordare. La realtà dei popoli europei è molto più complessa rispetto ai milioni di diseredati che in meno di due secoli invasero il nord-America. Forte è il rischio che l’ottusa volontà delle democrazie elettive sempre più insaccate nel mercato neghi la comprensione della realtà europea, e quindi l’approntamento di strumenti adeguati. Ma ancora più forte è il pericolo che in assenza di quegli strumenti se ne cercano i sostituti in ritorni nazionalisti, né d’altra parte è accettabile che il ricatto del nazionalismo permetta alla democrazia di sopravvivere insaccata nel mercato. Il governo Monti collabora attivamente a questa incomprensione e nella sua sudditanza alla storia terminale delle democrazie insaccate, governa contro i nostri interessi. Non basta più rifugiarsi nell’alibi di un’Europa fatta di “States” come unica salvezza, ora occorre una nuova storia della democrazia.

Hawk=Falco
King=Re
Hawking=Falco del Re
Aquila=Roma
2 Aquile= Firenze
Caro Marzio,
Mi pare che sprechi la tua intelligenza in minuzie, che ce ne frega di Monti? Nulla era e nulla ritornerà, come l’Italia.
Il Cinquecento fu il secolo di Firenze e del Rinascimento; Seicento, Spagna e Formalismo; Settecento, Francia e Illuminismo; Ottocento, Inghilterra e Romanticismo, Novecento, Usa e Tecnicismo.
Cosa ci aspetta ora?
Il petrolio è alla fine come il Tecnicismo Usa, per questo tutto si appiattisce e torniamo ai nastri di partenza a decidere chi vincerà la nuova sfida Mondiale, è passato il petrolio e la Borsa, obbligazioni e immobili con spread e gli Stati, chi capirà l’energia prossima ventura, sia materiale o culturale sarà il vincitore.
Nostro lavoro, con Nicola e Matteo, cara Marzio, è di non esser grulli, ma come Hawking: Aquile che volando in alto, indicano la strada.
Cara trevigiano,
se Hawking grazie all’immagine irresistibile del genio deforme sia aquila che vola alto lo diranno altri dopo di noi. Quanto alle aquile vere che io sappia non sono tanto sceme da orientarsi con le nuvole ma con le minuzie, altrimenti dette prede, che vedono in terra e proprio seguendo le prede trovano la strada. Un tempo, tanti e tanti anni fa, anch’io come i più vivevo davanti allo specchio, mi parlavo e mi rispondevo, e quando leggevo qualcosa leggevo sempre me stesso. Niente di male, accade ai più, ma arrivati a una certa età una martellata allo specchio è d’obbligo. O no?