Chiedersi cosa sia la democrazia senza la scelta, è domanda persino retorica ma a questo siamo ridotti oggi.

Mentre tutti i sondaggi condotti sull’elettorato italiano attestano in costante crescita il dato astensionistico, in Francia abbiamo visto una altissima affluenza alle urne, il che non ci stupisce affatto ma brucia la coscienza sporca – sporchissima, in verità – dei nostri politici che conoscono bene le ragioni di tale partecipazione e le tacciono oppure le mistificano pro domo sua, spiegando tutto con il presunto carisma di Hollande, accreditato troppo in fretta di una vittoria tutta da conquistare, o con il malessere sociale che è confluito nell’alto numero di consensi ottenuto dalla Le Pen.
Come sempre, la verità è molto più semplice della lettura che se ne vuole dare, e si riassume in una regola basilare della democrazia che noi abbiamo colpevolmente violato mentre in Francia è ancora il fondamento del rapporto fra stato e cittadini. Ci riferiamo alla scelta, breve parola che racchiude però un concetto angolare, una conquista che l’Occidente ha impiegato secoli ad affermare e che l’Italia è stata capace di bruciare in pochi maledettissimi anni di imbroglio bipolare.
I cittadini francesi sono andati a votare perché consapevoli di avere la possibilità di scegliere fra schieramenti diversi, programmi diversi, visioni sociali diverse; il candidato Hollande non è stato gettato nella mischia da alchimie di partito ma dalle elezioni primarie attraverso le quali gli iscritti lo hanno scelto come migliore sfidante, o comunque il più credibile; per la stessa ragione, i francesi voteranno al ballottaggio, sapendo di avere già escluso le estreme, impedendo loro di paralizzare il sistema con un risibile potere di veto – cosa che invece accade puntualmente da noi – e di avere anche ben chiaro il patto di coalizione che li governerà per i prossimi anni.
Ora, chiediamoci quale di queste condizioni – peraltro tutte necessarie ed indispensabili a garantire l’esercizio pieno e consapevole del voto democratico – è offerta agli elettori italiani; la risposta è facile quanto evidente nella sua drammaticità: nessuna. Anzi, se andasse in porto la bozza di legge elettorale concordata dal trio circense ABC, specializzatosi in acrobazie speciose sul nulla, ci troveremmo in condizioni ancora peggiori rispetto alle ultime elezioni politiche, non avendo neanche più la possibilità di conoscere in anticipo le alleanze fra partiti, destinate al mercato parlamentare post-elettorale.
Aggiungiamo che le ammucchiate annunciate sotto forma di “nuovi” partiti da Casini e da Alfano, come sempre, di nuovo hanno solo il nome ma contengono un ulteriore elemento di disfacimento rispetto al passato, perché alimentano una vaghezza identitaria insita nella mescola raffazzonata di vecchi cascami partitici con soggetti appartenenti a potentati economici di vario genere, uniti da parole d’ordine generiche ma riconducibili ad una unica forte matrice, la conservazione ad oltranza del potere e della rendita di posizione che ne deriva.
Aggiungiamo anche, per completare doverosamente il quadro, che l’improvvisa annunciata proliferazione di liste civiche non rappresenta un segnale positivo di reattività sociale ma rischia invece di trarre in inganno molti elettori, perché quella che, in teoria, sarebbe una interessante esperienza di democrazia dal basso verrà di fatto utilizzata da molti fuoriusciti di partito, di solito i peggiori, quelli vissuti all’ombra del potere e nel suo sottobosco, per riciclarsi dotandosi di una improbabile e menzognera verginità politica di ritorno, mascherata da soprassalto di coscienza sociale.
Questo è quanto, con estremo realismo, viene offerto oggi all’elettore italiano, privato del valore fondante che dovrebbe invece giustificare e gratificare il suo voto, ovvero la possibilità di scelta – una scelta vera, chiara, discriminante ed in grado dunque di fare la differenza, di segnare un prima ed un dopo, di marcare una diversità o ribadire invece una continuità.
Chiedersi cosa sia la democrazia senza la scelta, è domanda persino retorica ma a questo siamo ridotti oggi in Italia, prigionieri di una democrazia formale svuotata di ogni valenza sostanziale, una superfetazione del Leviatano che ha violato il patto di rappresentanza stabilito tra sè ed i cittadini e si è attribuito un potere assoluto sulle loro vite, bloccandole in una eguaglianza virtuale che di fatto li condanna all’impotenza.
E quello che è più grave è che una democrazia malata perché minata nei suoi fondamenti non riesce ad automedicarsi, a produrre da sola gli anticorpi necessari a combattere il male che la sta divorando. Non saranno le manovre truffaldine dei partiti, presunti nuovi e reiteratamente vecchi, a restituirla alla sua sana integrità.

E peggio d’una guerra mondiale oggi impensabile, sarà la metastasi secolare fatta di guerricciole, crisi, sussulti drogati di retorica tecnologica, esaltazioni per novità vecchissime, cosmesi morale e intellettuale delle collettività. Insomma il collasso bioantropologico dell’umano, e la terra ridotta a un pollaio di vecchi dementi e avidi di futuro. Ringraziamo tremila anni di religioni rivelate che ci hanno regalato le gioie coatte della razionalità.
Temo che alla fine ci sarà una nuova guerra planetaria causata da questa crisi, la povertà investirà tutti i paesi europei e le crisi internazionali accenderanno la miccia, altro che democrazia….
Chissà quando diventeremo grandi!