Nel libro di Paolo Cocchi l’amara e drammatica riflessione su tutta una vita trascorsa in politica fino a constatare come l’abbraccio mortale di tanta parte della sinistra italiana e del suo partito con la magistratura possa diventare anche strumento di lotta politica e arrivare a distruggere la vita delle persone.

Si tratta, secondo me, di un “romanzo filosofico”, che mi ha fatto venire in mente il “Candido, ovvero l’ottimismo” di Voltaire. «Se questo è il migliore dei mondi possibili, gli altri, come sono?» si chiedeva il filosofo francese, Paolo Cocchi, anch’egli laureato in filosofia, rovescia questo concetto «Se questo è il peggiore dei mondi possibili, gli altri come sono? » E la ricerca di un mondo migliore per sé e per gli altri caratterizza tutta la vita di Celestino, il protagonista della Bilancia smarrita, prima come comunista, poi come democratico. Ma quando Celestino finisce, certo della sua innocenza, nel tritacarne mediatico-giudiziario tutte le certezze antiche vengono meno, insieme alla solidarietà del partito, di cui Celestino è uno dei più alti dirigenti in Toscana. Di colpo la sua carriera viene stroncata, la sua onorabilità messa in dubbio da accuse inconsistenti, basate su chiacchiere di paese, lettere anonime, telefonate intercettate e male interpretate, “su vincoli amicali” che Celestino non rinnega neanche nei momenti più cupi, la sua vita distrutta da una procura che non lo ascolta nemmeno, che lo definisce un criminale recidivo e che, per ben due volte, ne richiede anche l’arresto.
Inizia allora in Celestino, come travolto da una drammatica crisi esistenziale, la necessità di approfondire quella che è stata tutta la sua storia personale, le sue illusioni ideologiche, il suo modo di essere stato in politica. A riflettere sui comportamenti di certi giornalisti, non garanti della libera opinione, ma “velinari” di certi magistrati che violano, impuniti il segreto istruttorio; a constatare come l’abbraccio mortale di tanta parte della sinistra italiana e del suo partito con la magistratura possa diventare anche strumento di lotta politica e arrivare a distruggere anche la vita delle persone, senza batter ciglio.
Questa esperienza tremenda, Celestino, con il sostegno di una grande donna, Chiara, sua moglie non la racconta direttamente in prima persona, in una sorta di auto-compatimento o di autocoscienza, ma attraverso gli occhi esterni di un amico.
Così l’autore può osservare i fatti, che riguardano il suo personaggio principale, che altro non è che lui stesso, con il distacco di uno scienziato che osserva al microscopio il marciume di un pessimo mondo.
E quando un amico, dopo che due richieste di arresto della pubblica accusa sono state per ben due volte respinte dal giudice per le indagini preliminari per inconsistenza degli indizi, gli fa presente che la sua vicenda potrebbe anche non trovare una conclusione definitiva che gli renda il suo onore, ma essere trascinata fino alla prescrizione:
“… se [ pubblici ministeri] non hanno raccolto nulla di significativo spingeranno per fare il processo più tardi possibile faranno in modo che se ci deve essere un’assoluzione questa giunga quando si è persa la memoria dell’accusa, meglio se per raggiunta prescrizione. ….. con la prescrizione sono tutti contenti. Il giudice perché non condanna un innocente, l’avvocato della difesa perché il suo cliente ne esce assolto. E in fondo anche la pubblica accusa si risparmia la figuraccia di in proscioglimento in istruttoria.” Celestino si rende ancor più conto di essere stato sacrificato, vittima innocente, a una giustizia non giusta a “ Una giustizia spettacolare, teatrale, come le sceneggiate e i melodrammi, che esauriva la sua funzione nel dare in pasto al gran circo dei media il cattivo di turno. Tutti contenti, e tutti pronti per il prossimo giro.”
Per questo ritengo che La bilancia smarrita sia un libro molto importante che dovrebbe essere letto da tutti: dalla sinistra italiana per avviare un serio dibattito su come è amministrata la giustizia nel nostro paese, ma soprattutto “dai giustizialisti in servizio permanente effettivo e di complemento[1]”; dai giornalisti “velinari” che senza un minimo di investigazione dei fatti reali mettano alla gogna degli innocenti, dai magistrati in possesso di quel terribile potere che può distruggere la vita delle persone. Anzi lo consiglieri come libro di testo ai corsi della Scuola superiore della Magistratura, in maniera che la formazione dei nuovi magistrati sia tale da far loro comprendere che sono le prove concrete il sale della giustizia e non i labili indizi, né le intercettazioni, spesso interpretate secondo costruzioni preconcette, né i teoremi, più o meno logici.
Forse anche per la sinistra italiana è giunto il momento di proporre che le indagini sui reati siano condotte riservatamente, ovviamente avvertendo i presunti imputati, dai carabinieri e dalla polizia giudiziaria, lasciando a i magistrati delle procure soltanto il compito di istruire i processi in nome dello stato. Ovviamente di fronte a un giudice
terzo appartenente a un ordine giudiziario giudicante diverso da quello incaricato di sostenere nei processi la pubblica accusa.

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