Un tempo si aspettava Godot , oggi si aspettano gli alieni.
Gipi, fumettista famoso, passa dietro la macchina da presa e partecipa, con il suo primo film, alla 68 Mostra. Cambiano i tempi e Venezia inserisce in concorso un film italiano di fantascienza.
Gli alieni stanno arrivando, lo annunciano i governi, ne parlano i telegiornali e sono attesi con sospetto (adesso ci ruberanno il lavoro anche loro) o indifferenza (ma lei resta o lascia la città?) da parte di alcuni e con atteggiamenti pseudo religiosi da altri.
Arrivano in una società grigia e priva di ideali, in piena crisi economica e morale, rappresentata da Luca, il protagonista che non sa relazionarsi con gli altri, fa il barista in una sala bingo, umiliato e tartassato dai colleghi di lavoro, ha solo un amico, un transessuale con il quale divide i ricordi d’infanzia, la sua vita sessuale è esclusivamente impeniata sul rapporto con prostitute trovate tramite annunci promozionali.
Questi alieni, molto simili a quelli di “Incontri ravvicinati” saranno accolti come un regalo da Luca. Hanno una grossa prerogativa sono in grado di conoscere e separare ciò che è bene e ciò che è male, portano una rivoluzione nella sua vita, gli fanno conoscere la verità sull’abbandona della madre, abbandono che ha condizionato tutta la sua vita, gli permettono finalmente di vedere le donne con occhi diversi, aprono il suo cuore verso la felicità.
L’invasione degli “alieni” , vero regalo per Luca, potrebbe aprire nuove strade, nuove prospettive, ma il grigiore, l’indifferenza, la furbizia tesa solo all’inganno demoralizzano i nostri futuri invasori che lasciano il nostro pianeta. Neanche loro ci sopportano.
Missione di pace. La guerra e la pace si incontrano, si intersecano e si scontrano, come i due protagonisti nel film d’esordio di Francesco Lagi, un altro dei tanti toscani presenti a Venezia.
Cosa fa un manipolo mal assortito di baldi soldati in una zona inventata dell’ex Jugoslavia? Ricostruisce, persegue l’amicizia tra i popoli, fa sì che un corridoio resti “zona libera”, quella Grz, appunto, il cui nome è a metà tra un grido e un ruggito; il ruggito del mangiatore d’orsi (Pavlevic) e il grido del Capitano Vinciguerra.
Si è ricostruita la chiesa ortodossa ed è giorno di festa per celebrare finalmente la fine dei lavori … presto la campana, tornata sul campanile, farà sentire i suoi rintocchi nella valle. Tutto procede per il meglio sotto il controllo del capitano Vinciguerra, un Silvio Orlando in crisi, ostacolato nella sua carriera militare dall’handicap di un figlio pacifista, finché arriva a Grz il nemico giurato del capitano, il figlio Giacomo.
Scopo vero della missione è la cattura di un “pericoloso” criminale di guerra, latitante dalla fine della guerra stessa.
Il rigido e integerrimo ufficiale dell’esercito vede il suo lavoro distrutto dal figlio pacifista che ha come guida morale un Che Guevara chiaramente in crisi.
Giacomo, casualmente arrivato a Grz mina la credibilità del padre agli occhi dei soldati e se possiamo assistere ad una parodia della vita militare anche i pacifisti e i loro idoli non sono meno ridicolizzati. Credo che la scena di Che Guevara all’Ikea, segno dei tempi che cambiano, valga da sola tutto il film.
Paradossalmente sarà proprio grazie all’intervento di Giacomo che la missione di pace si concluderà con la cattura del latitante. Film d’esordio, film ironico e forse leggero ma che pone delle domande.
Che senso ha parlare di “missione di pace” durante la guerra (l’ultima esperienza è la guerra in Libia), che senso ha parlarne dopo una guerra? Nell’incontro/scontro tra i due Vinciguerra qualcosa di nuovo, all’improvviso. L’inutilità oggi del militarismo come dell’antimilitarismo?
Cose dell’altro mondo
Una città del nord est :ordinata, bella, laboriosa, una come tante. Un imprenditore razzista che, un po’ per gioco, un po’ per partito preso si diverte e fa divertire con continue battute, ovviamente tutte politicamente scorrette, anche se esilaranti, a danno, ovviamente, degli immigrati, peraltro in regola, lavoratori, ben inseriti.
L’invito è sempre quello: sloggiare, sparire, togliersi dalle…
Poco importa se l’idea sia originale, se il regista si sia ispirato ad alcune dichiarazioni leghiste. Un bel giorno gli immigrati se ne vanno veramente. Per sempre, lasciando gli abitanti sull’orlo del baratro.
Il regista Francesco Patierno, avvalendosi anche delle maschere di Diego Abbatantuono e Valerio Mastrandrea dimostra che si può parlare di immigrazione anche con ironia; le coscienze si possono svegliare e sensibilizzare anche con una risata, apertura alla riflessione.
Il film è nelle sale dal 3 settembre.
Pugni chiusi
Febbraio 2009. Un gruppo di operai in cassa integrazione da tempo, occupa l’isola dell’Asinara e si insedia nel carcere ormai dismesso.
Hanno voglia e bisogno di tornare a lavorare gli operai della Vinylis, La loro occupazione è un gesto estremo e disparato ma niente si muove finché facebook si accorge di loro. Da quel momento tutto si mette in moto: i giornali parlano di loro, la tv li intervista, la lotta sindacale ha una risonanza diversa.
Fiorella Infascelli, in Sardegna per ritirare un premio, incontra questi operai e torna sull’isola per riprendere i luoghi e i volti degli operai, ascolta i loro racconti e alla fine, rivedendo le riprese afferma “…mi accorgo che nel film c’è una parte di me”.
Presentato nella sezione Controcampo, il film è stato premiato come miglior documentario.
Himizu
Il regista Sion Sono, già famoso a livello internazionale, presenta in concorso il suo ultimo lavoro Himizu (Talpa, letteralmente Non vista dal sole)
Stava lavorando alla sceneggiatura di un manga, quando l’11 marzo il Giappone è stato colpito da uno dei più disastratosi terremoti; ha in parte modificato la sceneggiatura e ha deciso di girare riprendendo le ferite ancora aperte e i disastri ancora evidenti dello tsunami.
Il desiderio di Yuichi, timido studente delle scuole medie, è quello di diventare un uomo normale, senza grandi sogni, desideroso di non dare fastidio a nessuno. Vive nella rimessa delle barche di famiglia, amato e apprezzato dai vicini, i sopravvissuti al terremoto e allo tsunami, insieme alla madre che lo trascura. Il padre torna a casa solo quando ha bisogno di soldi. Continuamente ubriaco sfoga sul figlio la rabbia e la frustrazione, picchiandolo. Yuichi sopporta tutto, le botte, lo stolking della compagna di classe Keiko (fra i due c’è un continuo scambio di botte) finché un giorno uccide il padre. La rabbia e la violenza uccidono i desideri di Yuichi come terremoto e tsunami hanno sprofondato il Giappone in una sorta di inferno alla Blade Runner.
Tante botte nel film, strani genitori che trascurano i figli , li spingono al suicidio, grida continue , come in tutti i film giapponesi siano di samurai o meno.
I due giovani protagonisti hanno ottenuto il premio Marcello Mastroianni per giovani attori emergenti.
Là-bas
Tra fiction e quasi documentario, partendo dai fatti che, pochi anni fa, hanno coinvolto Castelvolturno, il premio “Leone del futuro – Premio Venezia (Luigi de Laurentis)” per la miglior opera prima.
Un commando della camorra compie una strage in una sartoria di immigrati. Nella stessa notte Yussuf decide di chiudere i conti con chi (lo zio), lo aveva fatto arrivare promettendogli una vita di onesto artigiano, coinvolgendolo invece nel giro della coca.
Là bas, in una terra lontana da casa propria, ma che con la terra abbandonata ha in comune tante cose: il sole, le palme, la mancanza di lavoro, si sviluppano e si infrangono i sogni. Una comunità di “poveri” sotto gli occhi della camorra che tutto controlla e dirige: dall’onesto che vende piccole cose ai semafori, a chi lavora aprendo una sartoria, a chi spaccia droga. Nel bene e nel male la comunità degli “invisibili” è gestita e guidata dalla camorra.
Laggiù, dove la vita vale poco per tutti, laggiù, ai confini del mondo dove la vita vale meno di zero se la tua pelle è nera. Laggiù si infrangono i sogni di Yussuf, Germain, Suad, Laggiù, dove l’attesa, la ricerca di un lavoro diventano lotta per la sopravvivenza.
Un film asciutto e senza sbavature quello di Guido Lombardi. L’occhio del regista segue, attraverso la macchina da presa, i protagonisti, li tallona da vicino, quasi si trattasse di un’inchiesta giornalistica. Ma unisce al quasi documentario una cifra cinematografica arrivando alla verità da sempre ignorata o nascosta dalla tv.
Il maestro
11 minuti dietro la macchina da presa non sono sufficienti per cambiare mestiere ma bastano per mostrarci una Maria Grazia Cucinotta sempre più innamorata del cinema, pronta ad esplorarne tutti i mestieri.
E’ passato qualche anno da quando ha attraversato per la prima volta il tappeto rosso per entrare in Sala Grande dove stava per essere proiettato “Il postino” che la vedeva protagonista; nel frattempo ha interpretato altri film, è diventata produttrice nel 2005, madrina del Festival l’anno scorso, partecipa quest’anno alla sezione “controcampo” con il corto “Il maestro”.
Da attrice a produttrice, mancava solo un passo per cominciare ad apprendere un nuovo mestiere. E’ bastato leggere una storia, innamorarsi della sincerità delle parole, è venuto naturale cimentarsi con la regia.
Il film sarà presentato il 23 settembre sul canale Diva Universal di Sky.
Maria Rita Monaco

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