Siamo immemori di privatizzazioni che gridano ancora vendetta, come quella di Telecom.

Gli esponenti di spicco dell’industria e della finanza del nostro paese non sono nuovi a disavventure giudiziarie, segnate dalla massima coniata dal giornalista ed economista del “Mondo” di Pannunzio, Ernesto Rossi: “privatizzare gli utili e socializzare le perdite”.
Il capitalismo italico è stato storicamente segnato da una struttura finanziaria debole, dipendente dalle banche ma anche, e forse soprattutto, dal sistema politico attraverso gli aiuti di Stato. “Poteri deboli” è la definizione coniata dal giornalista Giancarlo Galli in un bel libro, per descrivere la mappa del capitalismo nostrano, ricordando alcuni crack industriali e finanziari come quelli della Parmalat di Tanzi, della Cirio di Cragnotti e bancari, gli scandali Sindona e del Banco Ambrosiano (oggi del “rosso” Monte dei Paschi di Siena), mentre Montedison ha rappresentato storicamente un terreno di battaglia tra gruppi economici, come bene illustrano le vicende di Cefis e di Gardini-Ferruzzi.
Qualche tempo fa, ha fatto gran rumore un’intervista di Carlo De Benedetti che ha spiegato, senza peli sulla lingua, come il mito di Gianni Agnelli sia tutto da revisionare. Fuori discussione la personalità, il fascino, la capacità di destreggiarsi fra politici e sindacati, ma quanto a gestione, un disastro. Se non fosse stato per gli aiuti pubblici, la Fiat non ci sarebbe più da lustri, anche se oggi per salvarsi, Marchionne la sta “americanizzando”, contribuendo così a quel che attualmente molti osservatori internazionali definiscono il “declino italiano”, a cui lo stesso De Benedetti però, con la chiusura dell’Olivetti, ha dato un contributo significativo.
Il capitalismo italiano è sempre stato segnato da autoreferenzialità, chiuso e organizzato un tempo attorno alla Mediobanca di Enrico Cuccia, con una vivacità nel passato spesso legata alla tanto vituperata industria pubblica, come l’Eni di Enrico Mattei che sfidò le “Sette sorelle” per dare l’autonomia energetica all’Italia; ai giorni nostri con la logica delle “Famiglie” e dei “famigli”, nell’anomia prodotta dalla politica e con l’ininfluenza dei sindacati. A questi “Poteri deboli” oggi si riaprono le porte dello shopping di Stato: il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni ha annunziato la possibile nuova (s)vendita di asset pubblici per “fare cassa”, non sapendo come ridurre la spesa pubblica, immemori di privatizzazioni che gridano ancora vendetta, come quella di Telecom, facilitata dalla “Merchant bank” di Palazzo Chigi nel 1999. In questo quadro la difesa ad oltranza dell’euro e dei
Trattati di Maastricht è una sorta di mantra da parte dei vertici di questo capitalismo, mentre centinaia di piccoli e medi imprenditori che non hanno mai avuto aiuti pubblici, sfiancati dalle tasse e magari anche creditori dello Stato per attività in favore della pubblica amministrazione, si trasferiscono in silenzio in Serbia, Slovenia, Polonia e magari in Cina.
La politica nazionale attuale, segnata da partiti virtuali, mere organizzazioni elettoralistiche senza riferimenti storico-culturali né radicamento nella cultura e nella società, costituisce una sorta di pendant di questi “Poteri deboli”, gli uni e l’altra abbracciati nell’anomia generale, apparendo ai cittadini come i naufraghi sulla “Zattera della Medusa” nel quadro di Théodore Géricault al Louvre.

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