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L’AVANZATA DEI DIADOCHI

Fin dal momento della costituente che sancì la fondazione del Pdl, scrivemmo che quel contenitore, nato da un atto di puro cesarismo ed assemblato unicamente dal carisma del proprio leader, ci pareva inevitabilmente destinato a smembrarsi nel momento stesso della fine – politica, sia chiaro – del suo fondatore, esattamente come accadde a suo tempo per il grande impero di Alessandro Magno, i cui generali, detti appunto Diadochi, si sfidarono in ben sei guerre per accaparrarsi i brandelli di un colossale agglomerato di terre e popoli, aprendo le ostilità il giorno stesso della morte del loro capo. Non che questa fosse una previsione difficile da azzardare, perché le ragioni della fusione a freddo tra Forza Italia ed An non poggiavano né su solide basi di affinità politiche né tantomeno – e questa era la carenza allora più evidente – su un progetto ampio, articolato, condiviso e soprattutto convincente che ridisegnasse il futuro stesso del nostro paese e prevedesse uno sforzo comune, continuato e ragionato per affrontare e risolvere gli endemici ritardi che bloccano ormai da decine di anni la crescita del sistema Italia. Bruttissima espressione, quest’ultima, ce ne rendiamo conto, anche perché oltremodo abusata da politici e lobbisti di ogni colore, ma pur sempre una sintesi efficace per indicare l’insieme di soggetti sociali, civili, politici ed imprenditoriali che dovrebbero concorrere, all’interno di un disegno di grande respiro ideale e progettuale, alla modernizzazione ed allo sviluppo di una nazione – roba da democrazie mature, insomma, e dunque non per noi che stiamo ancora intorno al fuoco delle tribù selvagge e predatrici. [segue]

di Chiara Boriosi | 12 Aprile 2011

Fin dal momento della costituente che sancì la fondazione del Pdl, scrivemmo che quel contenitore, nato da un atto di puro cesarismo ed assemblato unicamente dal carisma del proprio leader, ci pareva inevitabilmente destinato a smembrarsi nel momento stesso della fine – politica, sia chiaro – del suo fondatore, esattamente come accadde a suo tempo per il grande impero di Alessandro Magno, i cui generali, detti appunto Diadochi, si sfidarono in ben sei guerre per accaparrarsi i brandelli di un colossale agglomerato di terre e popoli, aprendo le ostilità il giorno stesso della morte del loro capo. Non che questa fosse una previsione difficile da azzardare, perché le ragioni della fusione a freddo tra Forza Italia ed An non poggiavano né su solide basi di affinità politiche né tantomeno – e questa era la carenza allora più evidente – su un progetto ampio, articolato, condiviso e soprattutto convincente che ridisegnasse il futuro stesso del nostro paese e prevedesse uno sforzo comune, continuato e ragionato per affrontare e risolvere gli endemici ritardi che bloccano ormai da decine di anni la crescita del sistema Italia. Bruttissima espressione, quest’ultima, ce ne rendiamo conto, anche perché oltremodo abusata da politici e lobbisti di ogni colore, ma pur sempre una sintesi efficace per indicare l’insieme di soggetti sociali, civili, politici ed imprenditoriali che dovrebbero concorrere, all’interno di un disegno di grande respiro ideale e progettuale, alla modernizzazione ed allo sviluppo di una nazione – roba da democrazie mature, insomma, e dunque non per noi che stiamo ancora intorno al fuoco delle tribù selvagge e predatrici.
Abbiamo visto degenerare fino alla separazione incivile, e aggiungeremmo anche incauta, i rapporti fra Berlusconi e Fini, che ha dato origine alla meteora Fli, già agonizzante a pochi mesi dalla nascita, presa in mezzo fra le confliggenti vanità dei propri rappresentanti e le tentazioni più o meno ridicole di spericolate alleanze locali, atte solo a cercare di sopravvivere un altro mese prima della morte certa per conclamata inconsistenza. Neanche di questo ci siamo meravigliati, perché i maldipancia di Fini, spacciati addirittura per un sussulto di rivendicazione liberale, non ci avevano convinti dall’inizio, troppo evidente erra l’intento di una prova di forza mirante alla leadership del centrodestra ma nient’affatto sostenuta da adeguate risorse, umane e materiali. I conti son tornati, e vediamo oggi come all’interno di un gruppo, pur già sparuto di suo, si riaffacci la stessa maledizione che sta smembrando ciò che resta, almeno nominalmente, del Pdl, ovvero la lotta quotidiana e sanguinosa fra valvassori e valvassini – gente di piccolo cabotaggio che non merita certo il titolo di baroni – per la salvaguardia del proprio risicato feudo elettorale, ognun per sé e la legge elettorale per tutti, che la tutela dei propri interessi e delle proprie aree di influenza è del tutto prioritaria rispetto al concetto assolutamente superfluo di bene comune. Ma se le cronache in questi giorni paiono infiammarsi per le cosiddette liste fasciocomuniste, sul genere di quella promossa dallo scrittore Antonio Pennacchi a Latina – nuova caput mundi, pare, della sperimentazione politica – mentre piccoli Urso e piccoli Bocchino si scannano neanche dovessero decidere davvero delle sorti dell’impero, ci pare invece giusto sottolineare che il segno più evidente del collassamento della galassia Pdl sia da rintracciare nel quotidiano sfaldamento delle correnti interne, tanto inconsistenti, peraltro, da ridursi ai singoli individui. Tremonti pare vivere di vita propria ed essere ormai a tutti gli effetti il vero Premier, dato che non si muove foglia se lui non voglia; La Russa dà segni di delirio di onnipotenza, Verdini tace ma lavora nell’ombra per conservare il suo potere, Alfano regala prove comiziali da leader in pectore, Galan predica il ritorno al passato, il redivivo Scajola rema per conto suo, Miccichè coltiva il proprio orticello siciliano: tutti hanno annusato, come cani da caccia, la ormai evidente debolezza del capo e lavorano non ad un progetto unitario e condiviso che guardi al futuro, ma alla difesa strenua del proprio potere personale. Oggi è davvero tragicamente evidente ciò che alla nascita del Pdl pure era già chiaro, ovvero che la mancanza di idee e di una capacità di concepire la politica come qualcosa di altro e di più alto del mero assembramento di voti dentro un contenitore vuoto non può in alcun caso costituire una soluzione, men che meno una risposta, alle necessità impellenti di un paese. La pochezza di leaderini locali, incapaci di elevarsi a statura nazionale ma solo avidamente tesi alla conservazione del proprio patrimonio di voti e consensi personali, sottolinea oggi più che mai il fallimento di una politica intesa solo ed esclusivamente come partitocrazia, incapace di dotarsi di basi concettualmente valide e soprattutto del tutto risoluta a non far crescere al proprio interno uomini e donne credibili e capaci di dare il meglio di sé al servizio del paese. Paghiamo tutto questo in termini di conservazione, di mancato rinnovamento, di inesistente spinta alla crescita, ma prima ancora lo paghiamo in termini di uno scadimento generale avvilente, sottoposti come siamo a beghe di cortile fra ominicchi che si candidano a fare i Diadochi ma in realtà sono pronti a combattere solo per il solito, sporco, frusto e clientelare pugno di voti che garantisca la loro sopravvivenza. Questo è il bilancio di diciassette anni di bipolarismo fasullo, un bilancio davvero fallimentare ma, almeno per noi, del tutto prevedibile – speriamo solo che a questi moderni Diadochi servano meno di sei guerre per dividersi le spoglie del capo ma soprattutto del suo impero. Che, sia detto per inciso, siamo noi.

ChiBo

Pubblicato in : L'Angolo di Chi.bo

Info Chiara Boriosi

Chiara Boriosi, umbra di nascita e fiorentina di adozione, laureata in Lettere all’Università di Firenze con il Prof. Giorgio Luti, accanita lettrice, scocciatrice per vocazione, polemica di natura…insomma, Chi.Bo.

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