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Ingroia (non) dixit

di Davide Giacalone | 2 Luglio 2012

Allo Stato si chiedono solo tre cose: repressione, repressione, repressione. Per le ricostruzioni storiche ci sono i libri, per le visioni del mondo andate al cinema. 

Ma si può, mentre corriamo verso ulteriori batoste economiche, mentre si disfa quel che resta delle istituzioni, mettersi a parlare di mafia, per giunta con riferimento a roba di venti anni fa? Si può continuare a disputare su una faccenda di cui, come giustamente (e per me tristemente) ha osservato ieri Maurizio Belpietro, non si capisce più niente e quelli che le sparano più grosse sono proprio quanti se ne dicono esperti? A dispetto di tutto, credo che la risposta sia affermativa. Di più: quelle storie disonorate e lo sbandamento di un enorme debito pubblico, riflesso di uno Stato elemosiniere e disfunzionale, sono figli della stessa storia, della stessa incapacità di adeguarsi alla fine della guerra fredda. Ieri Libero ha pubblicato una succosa intervista a Antonio Ingroia. Un concentrato di prelibatezze. Ne estraggo cinque. 1. Ingroia dà per accertato che le cosche mafiose, nel 1987, “voltarono le spalle alla Dc dando indicazione di votare per il Psi”, anche in ragione del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. Essendo io favorevole a quella responsabilità, ed essendo convinto che ai mafiosi non gliene importasse e non gliene importi un fico secco, obietto. In quell’anno il sindaco di Palermo era Leoluca Orlando Cascio, eletto nelle file della Democrazia cristiana, vogliamo dedurne che lo elessero i mafiosi? Tesi suggestiva, considerato anche che attaccava a testa bassa Giovanni Falcone e che ancora oggi è sindaco. Ma io la vedo diversamente: il potere elettorale della mafia è una suggestione. L’elettorato siciliano sbanda da anni, senza bisogno d’assistenza con coppola. Il fatto è che più si diffonde l’economia assistita più la sua intermediazione arricchisce, di potere e influenza, la zona grigia, fra malaffare e amministrazione pubblica. Se non fossimo in Sicilia si chiamerebbe in modo più comprensibile e lineare: clientelismo. Poi c’è il lato appalti, dove si commerciano soldi, non voti. 2. Dice Ingroia che i pentiti sono un’insidia, perché ti portano fuori strada. Parole sante, non a caso Giovanni Falcone si guardava bene dal credere loro sulla parola. Aggiunge Ingroia che Vincenzo Scarantino era così abile da ingannare tutti. Parole poco pensate, queste: Scarantino era un mentecatto, che ingannò solo quelli che volevano farsi ingannare. Un presunto mafioso che era, al tempo stesso, drogato e amante della “sdillabbrata”, travestito cui il mestiere aveva allargato la mente, e non solo quella. Lino Iannuzzi cominciò subito a scrivere che era una barzelletta. Noi, nel nostro piccolo, arrivammo dopo. Comunque assai prima di Gaspare Spatuzza, il quale sbugiardò la procura e le sentenze passate in giudicato. Buona la prima, quindi: fidarsi dei pentiti è pericoloso. 3. Dice Ingroia che i magistrati hanno diritto di far politica, come tutti gli altri. Tant’è che lui la fa. Buon pro gli faccia. Vorrei ricordare al “partigiano della Costituzione” quanto stabilito dall’articolo 98, terzo comma, della suddetta, secondo cui l’esercizio dell’attività politica (nel 1947 identificata con l’iscrizione ai partiti) poteva limitarsi per magistrati, militari, funzionari e agenti di polizia, diplomatici. Una ragione c’era e c’è. E’ così evidente che non mette conto dilungarsi. 4. Occhio alla chicca: secondo Ingroia sta bene che un magistrato si faccia eleggere, ma non sta affatto bene che si faccia nominare, magari assessore. Sta parlando dei suoi colleghi che siedono nella giunta di Raffaele Lombardo, presidente della Regione siciliana. Magari non solo di loro, ma anche di loro. Un messaggio che non oso considerare gergale, ma che segnala il non sopirsi delle guerre in quella procura. Poco male, perché le guerre vere furono quelle che costarono la sconfitta di Falcone e Paolo Borsellino. 5. In ultimo, ci buttiamo sul culturale: secondo Ingroia “il rapporto organico fra pezzi della classe dirigente e le élite criminali è provato (…) la mafia è stata tollerata o usata”. Vero. Vero qui come vero ovunque, naturalmente, perché i criminali, se non sono associazioni di sbandati, possono essere potere, di cui tenere conto. Meglio tenerne conto per combatterli che per accordarsi, ma comunque fanno parte della realtà. Nel mondo chiuso e pericolante, quello della guerra fredda, un criminale poteva essere preferibile a un nemico. Alla fine di quel periodo, è la mia opinione, si scoprì che alcuni criminali avevano fatto comunella con il nemico, al punto che mafia e Kgb usavano gli stessi canali di riciclaggio (e Falcone saltò in aria mentre collaborava ad un’indagine di quel tipo, sicché ancora s’attende che Luciano Violante, parlamentare comunista, spieghi le ragioni profonde che lo portarono ad avversare quello che poi ha celebrato come eroe). Ad ogni modo: quel mondo è finito, allo Stato si chiedono solo tre cose: repressione, repressione, repressione. Per le ricostruzioni storiche ci sono i libri, per le visioni del mondo andate al cinema.

Pubblicato in : Primo piano

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

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