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India: record economici e ambizioni globali

La crescita corre e la sfida alla Cina è aperta, anche sul fronte del Global South. Il Subcontinente sarà certo protagonista nel Terzo millennio. Il nodo della democrazia indiana.

di Istituto Ispi | 2 Novembre 2023

L’economia indiana è quella che cresce più velocemente tra le prime venti del mondo, e proprio nell’anno in cui New Delhi detiene la presidenza del G20. Nel secondo quadrimestre del 2023 l’India è cresciuta del 7,8%. Anche le previsioni più conservative, prevedono che continuerà di questo passo nei prossimi anni. 

Un mese fa, il primo Paese al mondo a far atterrare una sonda sull’inospitale Polo Sud della Luna, una regione potenzialmente ricca di acqua e di risorse, è stato proprio l’India. Anche se da alcuni giorni la sonda Chandrayaan-3 ha smesso di inviare segnali, l’impresa è considerata a tutti gli effetti un successo, e questo nonostante la spesa pubblica indiana per le missioni spaziali equivalga più o meno al 6% del budget spaziale degli Stati Uniti.

All’inizio di quest’anno, l’India ha battuto anche un altro record: con 1,4 miliardi di abitanti, la sua popolazione ha superato quella della Cina, che per più di tre secoli aveva detenuto il primato demografico di Paese più popoloso al mondo. Così, in una fase in cui la crescita economica e le ambizioni geopolitiche della “fabbrica del mondo” si apprestano a fare i conti con il declino e il rapido invecchiamento dei cittadini (l’età media in Cina è di 38,4 anni), per almeno mezzo secolo ancora l’India – con un’età media di 28,4 anni – potrà approfittare di un “dividendo demografico” impareggiabile. Entro il 2030 la popolazione indiana in età da lavoro si espanderà di oltre 100 milioni di unità, portandola a superare il miliardo, mentre quella cinese si contrarrà di 40 milioni, portandola sotto ai 950 milioni. Oltre a trainare un mercato dei consumi in rapida espansione, la giovanissima età media della popolazione indiana è un formidabile motore di innovazione. A dimostrarlo non solo le missioni spaziali o le start-up di Bangalore e Chennai, ma anche un’economia dell’informazione fiorente e di prim’ordine.

L’economia corre e sfida la Cina

In effetti a proiettare l’ascesa dell’India verso l’Olimpo delle potenze globali è soprattutto la sua rapida crescita economica. Se oggi il Pil indiano è ancora molto inferiore a quello cinese, si prospetta che nei prossimi cinque anni la quota indiana dell’intera crescita globale sarà del 12,9%, superando quella degli Stati Uniti, fermi all’11,3%. Proprio quest’anno il Pil dell’India ha superato quello del Regno Unito, la vecchia potenza coloniale, e si prevede che entro il 2030 supererà anche quello della Germania e del Giappone, posizionando l’India al terzo posto tra principali economie mondiali, dietro gli USA e la Cina. Nel frattempo, appare sempre più evidente che il “declino” cinese, come qualcuno si affretta a descrivere la conclusione di un boom durato quasi mezzo secolo, sta aprendo nuove opportunità per l’economia indiana e per quelle di altri Paesi emergenti. 

Opportunità per le quali tuttavia New Delhi non è disposta a barattare la propria sicurezza in nessun ambito. Benché l’ascesa economica e geopolitica dell’India non sia stata accompagnata da una politica estera assertiva, né da ambizioni egemoniche come quelle che hanno contraddistinto la parabola cinese degli ultimi decenni, non dovrebbe tuttavia sorprendere che la spesa indiana per la difesa sia la terza al mondo per dimensioni (14% del Pil). In un vicinato sempre più instabile, il consolidarsi dell’alleanza strategica tra Cina e Pakistan, due potenze nucleari ostili, ha notevolmente alimentato il senso di insicurezza di New Delhi. Negli ultimi tre anni, le tensioni lungo il lungo confine himalayano con la Cina si sono intensificate – con molteplici scontri militari nelle regioni contese del Tibet e del Ladakh – e, complici le retoriche nazionaliste da ambo i lati, le relazioni bilaterali tra New Delhi e Pechino sono ai minimi di sempre. In Asia, l’India è il Paese che ha sfidato con più risolutezza la potenza cinese, nonostante i rischi che questo potrebbe comportare e nonostante ai leader indiani sia ben chiaro che una Cina attraversata da difficoltà economiche e tensioni politiche potrebbe essere più pericolosa di quanto non sia stata in questi anni.

La sicurezza non arriva dall’Occidente

Eppure, l’India esita a impegnarsi in alleanze militari formali con i Paesi occidentali, sebbene in anni recenti si sia dimostrata propensa a consolidare le proprie relazioni con l’Occidente. A nulla è valsa la charm offensive che i leader americani ed europei hanno sferrato fin dall’inizio della guerra in Ucraina, sperando invano di convincere New Delhi a schierarsi apertamente con l’Occidente e contro la Russia. Da Mosca l’India continua a importare il grosso dei propri armamenti e del proprio fabbisogno energetico, ed è dunque inverosimile che la richiesta occidentale possa essere esaudita nel breve termine. Certo, Delhi non ha tardato a riconvertire la propria storica postura di non-allineamento in politica estera – “pochi nemici, molti amici, nessun alleato” – nel concetto pragmatico e transazionale di “multi-allineamento” (fare affari con chi conviene) che oggi sembra essere il fulcro di tutti i tavoli diplomatici indiani. Eppure, al di là delle parole e dei concetti strategici – incluso quello di Indo-Pacifico – sul piano della sicurezza in questi anni le stesse potenze occidentali hanno offerto poco di concreto al Subcontinente, finendo per lanciare a New Delhi il segnale che l’India è l’unica responsabile per la propria sicurezza. Così, dal momento che l’ascesa dell’India dipenderà anche dalla sua capacità di difendersi dalle minacce esterne, nei prossimi anni New Delhi cercherà di imprimere un’accelerazione alla modernizzazione delle sue forze armate convenzionali, nonché a rafforzare la sua capacità di deterrenza nucleare.

New Delhi e la sfida del Global South

Ma in politica estera le sfide per l’India non finiscono qui. Nel cosiddetto mondo “multipolare” che cova sotto le ceneri del multilateralismo in crisi, la crescente rivalità geopolitica tra Cina e India sarà fuor di ogni dubbio uno dei principali ostacoli all’unità del cosiddetto Sud globale, nonché alla trasformazione del gruppo ormai allargato dei BRICS in un’alternativa credibile al G20 e al G7. Le loro divergenze – e in generale quelle tra gli 11 membri – renderanno per i BRICS+ ancora più difficile raggiungere un consenso su qualsiasi questione di rilievo. I primi scricchiolii si sono già manifestati in più di un’occasione: dalla frustrazione indiana proprio ad accettare l’ampliamento dei BRICS a sei nuovi membri, in quanto questo non farebbe che rafforzare un gruppo inequivocabilmente dominato dalla Cina, il cui Pil equivale a più del doppio di quello di tutti gli altri membri messi insieme; alla decisione di Xi Jinping di boicottare il G20 di New Delhi all’ultimo momento; alla scelta di New Delhi di invitare l’Unione Africana al G20 per affermarsi a come leader inclusivo del Sud globale, laddove la Cina lo intrappolerebbe nel invece debito e nello sfruttamento.

Obiettivo modernizzazione

In aggiunta alle minacce esterne, però, il futuro dell’India sarà plasmato in larga parte anche dalle risposte che i suoi governi sapranno dare alle sfide interne. Il primo ministro Narendra Modi – che con ogni probabilità sarà rieletto per un terzo mandato nelle elezioni della primavera 2024 – ha permesso al Paese di compiere passi importanti nella modernizzazione di una burocrazia ipertrofica e obsoleta, agevolando la diffusione degli strumenti digitali necessari a snellire le inefficienze e ad attrarre gli investimenti stranieri. Soprattutto negli ultimi anni, il governo ha inoltre investito molto nello sviluppo e nell’espansione delle infrastrutture del Paese, attuando alcune importanti riforme normative e stimolando la produzione nazionale attraverso l’iniziativa “Make in India”.

Tuttavia, per trasformarsi davvero nella “nuova Cina”, ovvero nel nuovo polo manifatturiero globale su cui molti sperano di poter presto contare in quest’epoca di tensioni geopolitiche e geoeconomiche, l’India deve ora cominciare a investire senza remore sul suo capitale umano, l’istruzione, la formazione e non da ultimo sull’inclusione lavorativa delle donne. La scolarizzazione media nel Subcontinente è di 6,5 anni (contro gli 8,3 del Vietnam o 8,9 della Thailandia), una donna su tre è esclusa dal mercato del lavoro, e il mercato di consumatori appartenenti alla classe media indiana è ancora sorprendentemente piccolo: 500 miliardi di dollari, a fronte di un mercato globale di oltre 30mila miliardi di dollari.

Sono sfide, queste, determinanti perché l’ascesa indiana possa essere solida e duratura, e che si fanno ancora più imponenti in un Paese così grande ed eterogeneo. L’India è la più grande tra le economie in via di sviluppo che fin dalla fine del colonialismo ha perseguito la propria modernizzazione attraverso un sistema politico che, pur con molti difetti, è sempre stato saldamente democratico. Le divisioni e la polarizzazione politica, le spinte centrifughe e le fiammate di violenza sempre in agguato in un Paese così radicalmente “plurale” sul piano culturale, religioso e linguistico, sono state sinora contenute e stemperate proprio grazie a un sistema politico imperfetto, ma che ha garantito la libertà di espressione e il dialogo, così come l’emancipazione e la mobilità sociale delle comunità e degli individui storicamente emarginati. Il quadro democratico indiano è dunque un pilastro di stabilità, e lo è anche per l’Occidente che oggi guarda all’India come alleato indispensabile in Asia al cospetto di quei Paesi, come la Cina o la Russia, che vogliono imprimere all’ordine mondiale un radicale cambio di paradigma in senso revisionistico e dichiaratamente anti-occidentale.

Democrazia alla prova

Dalla capacità dell’India di preservare e proteggere il proprio sistema democratico, e con esso la propria stabilità politica, la crescita sostenuta dell’economia, la sicurezza interna ed esterna e una politica estera responsabile e lungimirante, dipendono dunque più che mai non solo il futuro dell’ascesa indiana nel quadro geopolitico globale, ma anche le speranze che l’Occidente ripone nel Subcontinente come alleato e possibile alternativa alla Cina. In questi anni, il nazionalismo religioso del governo Modi ha messo a dura prova i principi della convivenza e del pluralismo su cui si fonda la democrazia indiana. Se nel 2024 dovesse essere rieletto, il mondo non dovrebbe dimenticare che il futuro della democrazia in India non è un aspetto accessorio della sua ascesa economica.

Nicola Missaglia

Communications and Pubblications Manager (Ispi)

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: anni, cina, consenso, consumatori, conti, convivenza, crisi, democrazia, elezioni, espressione, forze armate, futuro, g20, germania, governo, india, lavoro, mercato, mercato del lavoro, missioni, mondo, riforme, scontri, sistema politico, spesa pubblica

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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