Una riflessione sulla legge elettorale si impone. Non solo su quella toscana ma anche su quella nazionale, che poi è molto simile, almeno nel cardine principale, vale a dire l’abolizione delle preferenze. Valga il caso toscano. Un mese prima del voto, i principali quotidiani della regione hanno pubblicato alcuni articoli di previsioni. Sulla base dei sondaggi hanno ipotizzato non solo la consistenza dei vari gruppi politici ma soprattutto la loro composizione. Ebbene, se qualche errore c’è stato, è stato non sui nomi degli eletti ma sui numeri dei vari gruppi. Ad esempio il successo dell’IDV è stato superiore alle previsioni. Ma per quanto riguarda i nomi, nessuno sbaglio. Il significato di quella previsione azzeccata è di tutta evidenza. Le persone che sono entrate in Consiglio regionale non sono state elette dal popolo ma nominate dai vertici dei rispettivi partiti. Bastava fare due più due. Visto il posto in lista, era automatico prevedere il successo o meno del candidato. Un sistema che il PD ha cercato di correggere con le primarie nelle quali far scegliere ai cittadini l’ordine di lista dei candidati da eleggere. Dal PDL invece niente di tutto questo. Nel cenrodestra qualcuno si è seduto davanti ad un tavolo con i fogli delle candidature, li ha riempiti e ha fatto eleggere Tizio invece di Caio. Un sistema del tutto inaccettabile. Ma ancora più inaccettabile è che dopo il voto, mentre il nuovo presidente eletto si poneva, per il PD, il problema di una maggiore partecipazione dei cittadini alla scelta dei loro rappresentanti, magari proprio reintroducendo il voto di preferenza, nel PDL non si avvertiva neppure minimamente questa necessità. Anzi, nella conferenza stampa subito dopo il voto i vertici del partito si preoccupavano solo di mettere, dal loro punto di vista, i puntini sulle “i”: nessun ritorno alle preferenze. Il sistema elettorale toscano, ma per logica conseguenza anche quello nazionale, va bene così. Semplice la motivazione: con le preferenze la politica spende troppi soldi, bisogna moralizzare. La cosa in parte è vera. Ma in una democrazia ci sono dei valori non negoziabili. Ed uno di questi è che devono essere i cittadini a scegliere chi li rappresenta, non una o due persone sia pure al vertice di una data forza politica. Se questo ha un costo, e lo ha, pazienza. E’ un costo che va pagato. Del resto l’abolizione delle preferenze e la conseguente scelta solitaria delle persone da eleggere ha una conseguenza non secondaria sulla qualità degli uomini. Per carità saranno tutti bravissimi, e francamente ne dubitiamo, ma come non sospettare (ricordate Andreotti con il suo “a pensare male si fa peccato, ma spesso si indovina?) che in qualche selezionatore non prevalga, sulla qualità degli uomini, l’opportunità di mettere in lista solo coloro che saranno fedeli a lui al fine di perpetuarne il potere? Insomma gli eletti non assumono la carica per fare il bene dei cittadini ma quello di chi li ha scelti. Sentiamo già l’obiezione. Perché, con le preferenze siamo sicuri che questo non avvenga? Il detentore di un pacchetto di voti li può benissimo convogliare sul candidato prescelto e farlo eleggere. Anche in questo caso scatterebbe l’ovvia riconoscenza. Certo che è così. Ma con le preferenze c’è la possibilità che al potente di turno sfugga qualcosa. Anzi si possono creare cordate avverse per ridurne il potere e queste e non lui, nella competizione elettorale, possono benissimo riuscire nell’intento di eleggere un diverso candidato. E’ il principio della competizione che si afferma,.è il principio del ricambio, che non riguarda solo schieramenti avversi ma anche lo stesso partito. E’, in una parola, la democrazia. Ha un costo? Pazienza. E’ un costo che va pagato.
Giancarlo Magni

Le preferenze : sia l’articolo di Cariglia ,che le risposte di tanti altri ( e le mie proprie ),indicano che la questione posta da Magni è sentita da molti come problema prioritario . Un “meccanismo” basilare ,quindi,che il discorso dei “costi” non può oscurare ,vista la gara dei partiti -ad ogni votazione- per garantirsi comunque “rimborsi elettorali” dai meccanismi di redistribuzione oscuri ,ed i sostegni economici ai giornali di partito (è questa la “libertà di stampa ed informazione”?); a parte la questione dei benefits di onorevoli et similia ,e la moltiplicazione dei pani che avviene per le attività dei patronati,per esempio.
La spesa la sosteniamo sempre noi (elettori e contribuenti ),ed anche se il “vincolo di mandato” non è previsto nella rappresentanza elettorale , cerchiamo almeno di garantire che non sussista verso la segreteria di partito ,come adesso avviene im modo ferreo.