Il dibattito che si sta svolgendo in questi giorni in Gran Bretagna, sull’opportunità di consentire o meno l’uso del velo alle donne musulmane, ci offre lo spunto per alcune riflessioni che toccano da vicino i nostri rapporti con una cultura diversa e gli strumenti di cui disponiamo per affrontarla. A prima vista, l’argomentazione delle donne che difendono l’uso del velo non fa una piega: è un nostro diritto ed è il frutto di una libera scelta. Giusto, dunque dovremmo concludere che lo Stato non ha motivo di interferire su una scelta individuale, e chiuderla qui. Poi, qualche approfondimento si impone. Intanto, vorremmo sapere: le bambine, in tutto questo, che ruolo hanno? Portano il velo perché sono così incredibilmente mature da sentirlo come parte della loro identità, oppure è una scelta imposta dalla famiglia che le rende “diverse” rispetto al tessuto sociale nel quale vivono? E questa diversità, marcata dal velo, è un segno di integrazione dialettica, o di chiusura di una comunità in un ghetto autoimposto? Quesiti di non facile risposta, e forse questo è uno di quei casi in cui la Storia può venirci in aiuto. Il passato più o meno recente del mondo occidentale è contrassegnato da provvedimenti che tendono a limitare il più possibile la libera espressione femminile; a parte la negazione di ogni diritto civile, basta consultare un qualunque manuale scolastico per trovare in ogni secolo le prove di una costante discriminazione verso le donne, a partire proprio dai costumi. Nella civile evoluta Firenze, gli Otto di Guardia e Balìa emanavano provvedimenti per stabilire con quali tessuti fosse permesso alle donne abbigliarsi, e persino con quale numero di gioielli, che ad un certo punto furono addirittura proibiti. Nella Mantova gonzaghesca, libera e quasi sfrenata, era fatto obbligo alle prostitute di andare in Chiesa un giorno alla settimana velate e con la croce al collo. Nella capitale dei Lumi, Parigi, si misuravano le scollature, e si affibbiavano multe e punizioni corporali a chi non rispettava le disposizioni, e così via. Non staremo neanche a parlare delle privazioni dei diritti più elementari, quello che ci preme ora di sottolineare è che le donne occidentali hanno percorso una lunga strada per arrivare ad essere quello che vogliono essere, ovvero esattamente e liberamente se stesse. E le musulmane più convinte, quelle che sostengono che noi siamo schiave dell’immagine, della moda, del trucco, della dieta, di tutto ciò che apparentemente ci viene imposto dalla civiltà dei consumi, dimenticano sempre un piccolo particolare: che nessuna di noi verrebbe punita o, peggio, uccisa, se uscisse di casa senza trucco e vestita fuori moda, anzi potrebbe quasi rischiare di trovarsi ad essere l’icona di un nuovo trend. Dunque, il rispetto della libera espressione delle proprie convinzioni religiose è innegabile, finchè attiene alla sfera individuale, ma rischia di trasformarsi in un ostacolo all’integrazione se raggiunge le dimensioni di un comportamento corporativo. Perché inevitabilmente assume la valenza di una compatta diversità, che sa poco di dialogo e molto di distacco, soprattutto in considerazione delle nuove generazioni. Siamo contro le omologazioni, e non crediamo affatto che la via all’integrazione passi attraverso la cancellazione della propria cultura e delle proprie radici – però la tragica storia di Hina ci brucia ancora dentro e ci porta a temere di vedere nuovi casi di giovani donne che vorrebbero esprimersi liberamente, secondo l’uso del paese nel quale vivono, ed invece subiscono le conseguenze di un conservatorismo che nulla concede a diverse sollecitazioni. Quella del velo non è una questione facile da affrontare, e ci rendiamo conto che non possa essere liquidata in poche righe, con sufficienza o peggio con superficialità – è un tema che proponiamo ai lettori di Pensalibero e che ci piacerebbe sentire discusso. Perché quanto accade in Gran Bretagna, di fatto, riguarda anche noi.
Chiara Boriosi

Mi sembra che in Europa e ancor più in Italia, l’odierna caduta di tensione critica e di dibattito culturale nell’elaborazione di una coscienza collettiva a favore dei diritti della donna, che si evidenzia da parte delle componenti politiche e istituzionali, sia stupefacente. Soprattutto se confrontata alla vitalità a cui abbiamo assitito durante i due decenni precedenti, con la lotta per la parità dei sessi e la libertà di espressione, stigmatizzati negli ormai storici movimenti femministi.
Si può discuterne quanto vogliamo. Ma resta al fondo una verità sola : le questioni (ed i precetti,o imposizioni) dettate da una certa cultura ,società o religione ,sono certo da osservare con rispetto e considerazione ,ma sono da valere solo nella cultura ,società ,religione ed epoca che le esprime. Che c’entra il celare il viso con la civiltà occidentale ?Qui è mascherarsi ,o nascondersi. E non sempre si può. Che c’entra con la società di stampo e permanenza occidentale ( che esprime e segue leggi contrarie al celare le proprie fattezze) ? Che c’entra con la religione ebraica o cattolica o buddista ? Ed allora : che si velino pure in casa propria ,nella propria terra ,secondo le fedi ed usanze loro. Massimo rispetto ! Ma nel mio mondo,nella mia cultura ,nella mia fede religiosa non devo integrarmi con loro ,ma caso mai deve avvenire il contrario ! A qualsiasi gioco si giochi ,lo dobbiamo fare con “quelle” regole ( di quel gioco) ,non pretendere l’applicazione delle nostre ! Se no ,vediamo un altro film ! Questo punto viene troppo spesso sottaciuto o nascosto,dietro una sorta di “buonismo” che sarebbe certo degno di migliore applicazione