Un lettore, ma prima di tutto un amico e prezioso collaboratore di Pensalibero, commentando l’articolo sulla vexata quaestio dell’utilizzo del velo da parte delle donne musulmane, ha posto il dito nella piaga, chiedendo ragione dell’improvviso silenzio delle donne sulle questioni che le riguardano. Ha ragione, è un fenomeno inquietante che da tempo ci fa riflettere, soprattutto leggendo i quotidiani – le poche giornaliste che trattano di politica e di società civile, evitano accuratamente il tema del rispetto dei diritti umani delle donne, clamorosamente calpestati nei paesi musulmani e, di fatto, fortemente avversati dagli immigrati presenti nei paesi europei. Questo silenzio stupisce, da donna potremmo anche dire che ferisce, ma certamente non nasce per caso. In linea generale, è indubbio che gli ultimi anni hanno segnato un’inversione di tendenza rispetto agli anni Settanta ma anche Ottanta, lasciando cadere le lotte femministe pressoché nel dimenticatoio, come se le figlie, preso atto delle battaglie condotte dalle proprie madri, avessero però scelto di seguire vie diverse, forse maggiormente volte all’omologazione piuttosto che alla diversificazione. E’indubbio che, al di là di una patina superficiale di uguaglianza, nel nostro Paese c’è ancora un forte divario fra i sessi, colpevolmente coltivato ed avallato da istituzioni, Chiesa e mass media, sebbene in misura diversa e con diverse responsabilità. Un governo che ritiene di aver bisogno di un Ministero delle Pari Opportunità, di fatto riconosce il proprio fallimento, che si è ben palesato quando in Parlamento l’atavico muro di potere maschile ha impedito ogni soluzione che garantisse l’accesso alla politica ad un maggior numero di donne. Dal canto suo, la Chiesa non recede dalla propria naturale misoginia, di recente il Pontificio Istituto per la Famiglia – una istituzione che non cessa mai di stupirci per il solo fatto che esista – ha dichiarato che la dissoluzione della famiglia è senz’altro colpa delle donne che hanno aderito al femminismo, con ciò rinunciando al loro naturale ruolo di subalterne che, a quanto pare, è indispensabile per garantire la buona tenuta della stabilità familiare. Non si può però dir meglio di tutto il mondo imprenditoriale che continua ad essere una roccaforte maschile nella quale il famoso “soffitto di vetro” è ben visibile ma, come nella favola del Re Nudo, l’importante è non dirlo. Le donne sono indietro nella professione, sono ancora retribuite meno degli uomini, pagano ancora l’incredibile scotto di essere considerate bombe biologiche vaganti, subiscono il peso sfiancante del doppio impegno – lavorativo e familiare – e sono vittime di mobbing quotidianamente, però non abbiamo mai sentito, ad esempio, un Presidente di Confindustria inserire queste argomentazioni nelle proprie dotte relazioni assembleari. I mass media non sono da meno, nutrendosi quotidianamente di immagini di donne vel-ine, letter-ine, sched-ine e quant’altro sia riduttivo non solo del ruolo ma della dignità stessa della persona – ancora oggi, in questo Paese, non si vende un settimanale se non c’è una donna nuda in copertina.
Detto questo, va riconosciuto però con sincerità che la colpa è nostra – sarà che non siamo inclini al piagnisteo, sarà che per nostra natura siamo portate al pragmatismo, in ogni caso ci sentiamo di dire che il silenzio colpevole delle donne, sulle donne e per le donne, è nostra responsabilità. Abbiamo subito come pecore provvedimenti come la Legge 40 contro la quale ci siamo battute in poche, mentre la maggioranza ha preferito guardare dall’altra parte e non andare a votare. Permettiamo ancora ai partiti di candidare in Parlamento soubrette fallite, attrici di terz’ordine e signore annoiate, che dovrebbero essere le nostre rappresentanti nelle stanze del potere. Continuiamo a farci la guerra l’un l’altra, lontane anni luce dalla capacità omertosa che consente agli uomini di fare muro sempre. Invece di batterci per un dialogo alla pari, una professione alla pari, una famiglia alla pari, ci facciamo carico di tutto salvo poi lamentarci che la stanchezza ci impedisce di vivere – e non ci rendiamo conto che i diritti negati alle donne, a tutte le donne nel mondo e, purtroppo, persino in casa nostra, sono un lugubre preavviso di un ritorno al passato. Ancora una volta, sarebbe il caso di dire “Non chiederti per chi suona la campana, essa suona per te”. Se avessimo ancora voglia di ascoltare, naturalmente.
Chiara Boriosi

Condivido pienamente l’articolo. BRAVA
Giuliana D’Olcese Rubrica on line su http://www.virusilgiornaleonline.com/rubricadol.htm