Bundesbank e euro
Si può immaginare che l’euroclub cominci a fare debito “comune” senza prima aver unificato i paesi membri in uno Stato federale.

Difficile dargli torto. Non sbaglia, il numero uno della Buba, quando dice che il mercato non considererebbe mai un Bot tedesco o francese ugualmente rischioso di un Bot italiano o greco e che è pericoloso consentire alle banche di farlo, perché caricando i loro portafogli di titoli a rischio finiscono per trasmettere la crisi dai bilanci degli Stati all’economia reale, che non finanziano più. Tuttavia, è difficile togliersi dalla testa che il ragionamento di Weidmann abbia una ragione pro domo Germania, visto che se si seguisse il suo suggerimento e le banche vendessero i titoli dei paesi più deboli, inevitabilmente userebbero quelle risorse per comprare Bund tedeschi. Con il risultato di portare i rendimenti dei titoli pubblici tedeschi ancor più vicino allo 0% di quanto già non siano, e con questo consentire a Berlino di finanziarsi gratis senza limiti. E nel contempo facendo salire gli spread degli altri. Per esempio quello italiano, che così renderebbe ancora più pesante lo sforzo fiscale impostoci dall’Europa, abbassando le possibilità di farcela a reggere la pressione di una politica di rigore e austerità che inevitabilmente è recessiva.
La verità è che una moneta unica di paesi diversi ha intrinsecamente bisogno di titoli di riferimento senza rischio sui quali appoggiare i sistemi bancari, assicurativi e pensionistici, ma non è accettabile che questi titoli siano emessi dallo stato più forte – che impone un enorme “signoraggio” ai più deboli – anziché essere federali. Gli eurobond, insomma, non sono una scorciatoia furbesca per consentire ai paesi indebitati di sfuggire alla necessità di equilibrare i conti, ma un architrave necessario a stabilizzare un edificio che altrimenti rischia di crollare. Ma, si può immaginare che l’euroclub cominci a fare debito “comune” senza prima aver unificato i paesi membri in uno Stato federale?

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