A febbraio le esportazioni,unico traino della nostra disastrata economia, sono diminuite del 3%.

Può darsi che si tratti solo di una parentesi. Ma certo spaventa, visto che l’export rimane l’unico traino della nostra disastrata economia. I distretti, per esempio, hanno ormai come maggioritaria (52%) la componente esportativa del fatturato che sviluppano, ma solo il 37,4% delle imprese delle filiere distrettuali ritiene che quest’anno gli ordinativi esteri saranno in aumento. E d’altra parte l’anno scorso ben 39 distretti su 101 totali monitorati da Unioncamere hanno denunciato un arretramento sul fronte export.
Rimane da sperare che il grande successo di due eventi come il Salone del mobile di Milano e il Vinitaly di Verona spiani la strada al nostro made in Italy, e soprattutto che finalmente parta la visibilità dell’Expo 2015. Così come è sperabile che vengono rafforzati con sempre maggiori dotazioni gli strumenti finanziari che funzionano egregiamente, come Simest.
Tuttavia, sarebbe un errore esiziale da parte dell’imprenditoria italiana non tenere conto delle ruvide osservazioni critiche espresse dalla Commissione Ue, che nel suo rapporto sugli squilibri macroeconomici presenti nell”economia europea, denuncia che l’export italiano soffre del modello di specializzazione delle imprese, definendolo “simile a quello cinese”, perchè punta troppo su settori “low-tech”. E questo, dice ancora Bruxelles, “per la scarsa capacità di innovazione delle aziende italiane”, che peraltro non si nasconde che contribuiscono in modo negativo anche cause di sistema, come le “barriere normative” e il “clima sfavorevole al business”.
Ma il nodo resta il profilo delle imprese: limitatamente internazionalizzate, il che rende troppo poco un terzo di pil proveniente dalle esportazioni, e scarsamente profilate sull’hi-tech, il che rende troppo fragile l’export che c’è.

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