
E’ presente, all’interno del variegato mondo PD una componente, tutt’altro che secondaria, che sta interpretando un disegno a mio avviso molto pericoloso per la sopravvivenza stessa di quel partito. Il disegno è figlio della ricorrente illusione di risolvere in maniera facile i problemi difficili. In questo caso attraverso un “papa straniero”.
E’ sotto gli occhi di tutti chi sarebbe questo “papa straniero”, estraneo alle logiche correntizie del PD e del variegato ma non esteso mondo aggregabile in un progetto di governo comune. Chi altri se non Giuseppe Conte, candidato al suo terzo mandato e probabilmente anche terzo tipo di coalizione politica?
Sotto gli occhi di tutti sono anche le conseguenze negative già palesatesi di questo corteggiamento al presidente del consiglio: i cedimenti del PD e le contraddizioni su temi caratterizzanti come la riduzione dei parlamentari senza ottenere la riforma elettorale, il via libera all’abolizione della prescrizione senza riformare il processo, il mantenimento in vita di quota 100 e del reddito di cittadinanza. Tutte cose che hanno reso sbiadita la presenza del PD in questo governo e la sua stessa immagine presso gli elettori.
Del resto, basta rifarsi alle esperienze dei due presidenti del consiglio “papi stranieri” che , hanno preceduto Conte, Lamberto Dini e Mario Monti. Uomini pieni di qualità nelle loro professioni e animati da grande spirito di servizio. Hanno certo contribuito a gestire momenti di difficoltà eccezionali e supplire alla incapacità della politica di assicurare equilibri che permettessero di dare un governo al Paese. Ma quando, poi, hanno tentato di riproporsi come perni per assicurare il futuro, hanno dovuto prendere atto del loro fallimento. E tutti coloro che si erano precipitati a bordo, credendo di salire sul carro del vincitore, altrettanto velocemente e ignominiosamente ne sono ridiscesi.
Il PD sbaglierebbe se intendesse costruire il suo futuro sulla scia di Conte illudendosi che sia sufficiente la popolarità acquisita grazie alla pandemia. Non è facendone il proprio leader (ipotesi alla quale è difficile credere) o il perno di una rinnovata alleanza con i 5Stelle che può uscire dalle difficoltà momentaneamente occultate dalla sua partecipazione al governo. E’ alla propria crescita che deve guardare: solo diventare il primo partito gli consentirebbe di inaugurare una nuova stagione politica: per il partito e per l’Italia. L’esperienza alla quale rifarsi può essere quella del presidente francese Mitterand. Il prossimo anno sarà passato mezzo secolo dal congresso svoltosi ad Epinay, non lontano da Parigi, che dette vita, da una miriade di piccoli partiti ad un grande partito socialista francese che è stato, appunto per cinquanta anni, il protagonista della Francia del dopo De Gaulle. Tra poco si vota in sette regioni italiane ed in molti comuni, dove il PD si è presentato in alleanza con una miriade di liste locali. Zingaretti farebbe bene a recuperare tutti, in una paziente opera di ricucitura. E potrebbe, a livello nazionale, sfidare a convenire su uno stesso progetto politico i vari Renzi, Calenda, Bonino assieme a tanti altri esponenti di piccoli raggruppamenti a cominciare da quelli della diaspora socialista. Lo faccia, se possibile, con pazienza, umiltà e spregiudicatezza: le doti che consentirono a Francois Mitterand di costruire il suo grande partito socialista. Un partito nuovo che sorse dalle ceneri di partiti e uomini già collaudati. Accadeva cinquanta anni fa, ma sarebbe uno schema ancora politicamente attuale nella nostra situazione e ai nostri tempi. Mentre, con il distacco della storia, non sarebbe fuori di tema anche una riflessione su un evento che l’anno prossimo compirà giusto un secolo: la scissione di Livorno da cui nacque il PCI (gennaio 1921).
Nicola Cariglia

Non possono diventare socialisti. Nonostante l’immissione di cattolici il “tipo” politico piddino è ancora quello del vecchio Pci, una specie di Dna le cui mutazioni sono di facciata.
Preferisco parlare d’altro piuttosto che disquisire sulle possibilità che Zingaretti diventi saragatiano. Sembra che sia in dirittura d’arrivo il nuovo ingresso degli Uffizi. Ma alla soprintendenza e tra quanti ancora si credono storici dell’arte, nessuno s’è accorto che la facciata del retro il palazzo della Galleria è d’una miseria sconcertante, miserevole almeno quanto le case popolari di viale Corsica? Anche se la tettoia del tabernacolo giapponese ne vieterà la vista, la bruttezza del retro gli Uffizi resta ed è visibile, al punto che il visitatore meno burino si chiederà come sia possibile che in quel casermone per sfrattati riposino Piero, Masaccio, e Leonardo. Ecco un altro esempio di marmellata con le rape, quando ad ogni costo si vuole uscire dai binari in nome del nuovo. E pensare che doveva essere Firenze ad educarci al VERO nuovo, a costo di restare nel vecchio per millenni.
Caro direttore, alla tua domanda rispondo:”Non certo i governanti che sono al potere dal 2011 senza essere stati capaci di interrompere il progressivo impoverimento del paese, cominciato dall’inizio di questo secolo. Esistono in Italia economisti e politici molto più capaci degli attuali ministri e dello stesso presidente del consiglio. Però purtroppo questi ultimi godono del gradimento delle alte autorità dello stato. L’Ue deve diventare un vero stato federale. Non può la sola moneta unica risolvere tutti i problemi economici dei singoli stati senza un sistema fiscale unico. Ogni anno troppe imprese italiane finiscono in mani straniere. Si deve operare perchè questo processo si interrompa.”
Ma se si vuole sostituire “i governanti che sono al potere dal 2011 senza essere stati capaci di interrompere il progressivo impoverimento del paese”, bisognerà pur disquisire del modo? O ci cadono dal cielo?
Si parla sempre di schieramenti elettorali e di come costituire un fac simile di fronte popolare per vincere le elezioni e così, senza un idea di sviluppo economico, assicurare altri cinque anni d’impoverimento dell’Italia. Senza un piano industriale che aumenti la ricchezza del paese non ci sarà niente da distribuire ai bisognosi.
Ma ci sarà bisogno o no di individuare chi deve pensare a questo “ piano industriale che aumenti la ricchezza del paese”?
non si può chiedere a Nicola Zingaretti di fare il Marco Pannella. Oddio, chidere è bello e lecito, ma aspettarsi un ritorno oltre all’operazione dialettica di dirlo… sarebbe illusorio
Lamberto Dini e Mario Monti. Uomini pieni di qualità nelle loro professioni e animati da grande spirito di servizio. Hanno certo contribuito a gestire momenti di difficoltà eccezionali e supplire alla incapacità della politica di assicurare equilibri che permettessero di dare un governo al Paese. Ma quando, poi, hanno tentato di riproporsi come perni per assicurare il futuro, hanno dovuto prendere atto del loro fallimento. E tutti coloro che si erano precipitati a bordo, credendo di salire sul carro del vincitore, altrettanto velocemente e ignominiosamente ne sono ridiscesi.