Sono passati – è vero – settant’anni dal secondo conflitto mondiale, ma quel che è giusto è giusto. Siccome la storia la scrivono, dapprima, solo e inevitabilmente i vincitori e la politica è così opprimente da piegare ai propri fini la ricerca e l’espressione storiografica degli eventi, ebbene, sono state spacciate per verità storica delle autentiche balle che però facevano comodo, evidentemente, a coloro che avevano vinto la guerra, nonché ai fedeli scudieri di costoro. Che questo accada, non è una novità. Viene subito alla mente il massacro di Katyn, che per tanto tempo è stato imputato ai tedeschi ma in realtà fu perpetrato dalle truppe di Stalin. Ma la tendenza all’omertà sull’argomento è ancora sorprendentemente presente nel nostro Paese e penso al silente boicottaggio dell’omonimo film – del grande regista polacco Andrzej Wajda – che ho potuto vedere agli inizi del 2009 grazie all’iniziativa di un’associazione fiorentina di cinefili.
Un’altra cosa che si è fatta credere o, almeno, si è provato a far credere, è l’idea secondo cui la Germania sia stata unanime e compatta dietro al suo Fuhrer, Adolf Hitler. Se questa affermazione oggi non gode più di credito non è probabilmente grazie a pellicole come Operazione Valchiria di Bryan Singer la quale, pur dopo un travagliato iter, risale pur sempre al 2008; bensì al precedente e importante lavoro di storici e giornalisti, evidentemente ‘non allineati’, che hanno voluto rimettere a posto – non senza difficoltà – alcuni paletti di quel tragico periodo storico.
Con l’avversità pluri-decennale dell’ambiente politico-culturale dominante aveva fatto i conti anche la ricerca di Indro Montanelli, che nell’immediato dopoguerra aveva dimostrato l’esistenza di una classe dirigente tedesca per lo più militare e prussiana anti-hitleriana, ma il risultato di questo impegno – oggi condensato nel volumetto dal titolo Morire in piedi – fu accolto con malanimo o freddezza. Eppure la vicenda del colonnello Claus Von Stauffenberg e dei numerosissimi sodali congiurati, culminata nell’attentato del 20 luglio 1944, dimostra quanto radicata e diffusa fosse l’ostilità ad un regime che stava condannando la Germania alla totale disfatta, oltre che all’infamia dei crimini contro l’umanità. Quegli uomini avevano pagato con la vita il tentativo del tirannicidio. Nulla a che vedere con certi legni storti che avevano omaggiato e ‘trafficato’ con i vari regimi quando erano in auge e si erano subitaneamente convertiti alle culture e alle ideologie portate dai carri dei vincitori.
C’è anche – e non è secondaria – l’annosa questione della pretesa acquiescenza della Chiesa cattolica al regime nazista, con il dibattito che ha riguardato la figura e le vicende del pontificato di Pio XII. La dimostrazione dalla faziosità e della infondatezza quanto meno spudorate di certe tesi può trarsi oggi, oltre che dal resto, dalla lettura del libro di Stefania Falasca, Un vescovo contro Hitler, che ci consegna con rigore la limpida figura di Clemens August Von Galen, divenuto vescovo di Munster il 5 settembre del 1933, esattamente pochi mesi dopo l’ascesa al potere di Hitler, del quale sono rimaste celebri le grandi prediche dell’estate 1941 (domenica 13 luglio, 20 luglio e 3 agosto), l’ultima delle quali “per il vigore e la virulenza delle parole – cito una pagina del libro di cui sopra – fu giudicata dal ministro per la propaganda Goebbels l’attacco frontale più forte sferrato contro il nazismo in tutti gli anni della sua esistenza”. Ecco, leggendo questo libro si capisce che pur all’interno di un regime totalitario, voci libere e avulse da qualsiasi contaminazione con il potere, come quella di Von Galen (ma anche di altri presuli tedeschi), furono capaci di ritagliarsi uno spazio e una vasta eco pubblica grazie alla integrità, al coraggio, allo sprezzo del pericolo e, dunque, al consenso che seppero intercettare e raccogliere apertamente. Il regime nazista non poté nulla, al momento, contro il prelato cattolico (i latini avrebbero detto audacia pro muro habetur), il quale godeva del forte e convinto sostegno dei suoi parrocchiani e di tanti cittadini tedeschi, i quali – per ciò stesso – si esponevano a loro volta ad un altissimo rischio personale. “Il vescovo di Munster divenne un punto di riferimento e un modello ideale di coraggio della fede in tempo di persecuzione, costituendo uno straordinario incoraggiamento alla resistenza”. Hitler aveva perciò deciso di rinviare i conti con il prelato e con l’intera Chiesa cattolica una volta finita – evidentemente in maniera vittoriosa – la guerra, senonché quel giorno non arrivò mai e così fu Von Galen a vincere e a dimostrare doti profetiche: “Lascia che batta, non ho paura. Io sono l’incudine, Hitler è il martello: si spacca prima il martello; non ho paura”. Inevitabile, nel libro, un continuo riferimento a Pio XII, che sostenne, incoraggiò e si sentì incoraggiato dalla tenace testimonianza di Von Galen, come degli altri presuli apertamente ostili al regime. “Il cristianesimo – ecco ancora la voce di Von Galen dal libro della Falasca – chiede ubbidienza, a Dio, ma anche ubbidienza agli uomini… Ma nel momento in cui l’autorità umana si pone con i suoi comandi in conflitto, riconosciuto chiaramente dalla propria coscienza, con la volontà di Dio, distrugge la propria dignità, perde il suo diritto di comandare, sta abusando del proprio potere… un’ubbidienza che asserve le anime, che attenta alla coscienza ed al sacrario più intimo della libertà umana è la più rozza schiavitù… è un attacco a Dio stesso”. Parole incorruttibili nel tempo, che ci restituiscono allora una verità scomoda e bella e ci avvertono della importanza di quanto sta accadendo anche ai giorni nostri, anche a pochi passi da noi.
Paolo Marini

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