Non ci e’ toccato neanche il dono della grazia nella decadenza, quel lento e garbato sfiorire alla maniera austroungarica, con l’elegante consapevolezza del declino nata dall’amaro sfumare dell’illusione in rassegnazione. No, neanche questa consolazione ci e’ toccata, se ancora dobbiamo subire la menzogna sfacciata e cialtrona dei nani che si sono autoproclamati giganti e ci hanno schiacciati col peso insostenibile della loro mediocrità.
La querula voce di Tremonti che afferma che “la crisi era imprevedibile” ci impedisce persino di rintracciare un rimasuglio di dignità cui affidare una ostinata volontà di ripresa, almeno un residuo sussulto di orgoglio – impossibile averne, se abbiamo fatto della reiterazione bugiarda una regola di vita.
Essere i non meritevoli titolari del quarto debito pubblico mondiale, ed esserlo da tempi immemorabili, ci priva di ogni possibilità di nasconderci dietro l’alibi della tempesta perfetta in quanto inattesa; nessuno di coloro che, oggi come in passato, ci ha governati può sotterrare le proprie enormi responsabilità sotto il comodo tappeto della globalizzazione, nessuno, per quanto imbevuto di incosciente malafede, può oggi raccontarci ancora la favoletta della coscienza pulita e dell’altrui colpevolezza. Il perpetuarsi di un sistema politico da sempre fondato sul consociativismo, sul clientelismo, sul corporativismo, sul lobbismo, sulle rendite di posizione, sommato ad una pervicace incapacità di rinnovamento visto come un pericoloso fattore di sovvertimento di privilegi e di perdita di potere acquisito, ci hanno portati fin qui, anno dopo anno, secolo dopo secolo, e a guardar bene e’ persino un miracolo – e dunque una ragione in più per dolersi amaramente dello spreco di tali e tante risorse – che il nostro paese sia stato in grado di reggere così a lungo sotto il peso delle mancate riforme, della mancata innovazione, della mancata crescita, oppresso, sfibrato, infine dissanguato da una classe politica mummificata dentro il proprio sordo e cieco potere e del tutto inadeguata al compito cui pure era stata chiamata.
E non e’ affatto paradossale che il colpo di grazia ad ogni nostra residua speranza di miglioramento arrivi proprio nell’anno in cui, con troppa retorica ed al netto, come sempre, di una qualunque volontà di analisi realistica, sono stati festeggiati i 150 anni della nostra unita’, perché in quell’assemblamento repentino e maldestro, così come in tutti i successivi ed altrettanto repentini passaggi della nostra storia unitaria sta l’origine del nostro male, mai curato e sempre malcelato sotto strati di coperte sempre più corte.
Noi ci siamo inventati, ma non pensati – eravamo divisi e ci siamo uniti di colpo; eravamo una monarchia, prima, una dittatura, di seguito, e ci siamo detti ad un tratto repubblicani senza mai aver avuto sentore o cognizione di questa forma di democrazia, in precedenza; eravamo staticamente divisi fra due grandi chiese, una bianca ed una rossa, così simili, così strettamente consociate, e ci siamo risvegliati bipolari, senza mai neanche aver capito cosa significasse. Ma un paese che si regge sull’invenzione del se’, senza mai darsi pena di darle un fondamento organico, razionale, funzionale, progettuale, culturale, non può procedere ad inventarsi all’infinito senza esser chiamato, prima o poi, a pagare il prezzo della propria immaginifica incoscienza. Che confina con la vigliaccheria, quella che ancora oggi, come sempre del resto, impedisce a chi pure dovrebbe sentire almeno il dovere morale della responsabilità, di toccare i privilegi, le corporazioni, le cricche, le consorterie, come se ci fosse ancora un domani da sfruttare, un popolo da ingannare, un partito da salvare, una nuova lotteria elettorale da sbancare per garantirsi un’altra piccola fetta di mediocre eternità.
Il grande bluff italiano e’ giunto al capolinea, nel modo più inglorioso e perfettamente conseguente alle modalità con cui per troppo tempo e’ stato perpetuato, con cialtronaggine assoluta, con imperdonabile ottusità, con imbecille vanagloria, con immorale vacuità. No, non ci e’ data alcuna grazia in questo declino, in realtà non la meritiamo nemmeno – senza una coscienza civile radicata, senza un profondo senso di responsabilità morale, non si costruisce ne’ uno stato ne’ un popolo. E noi non abbiamo niente di tutto questo: sotto il tricolore, nulla.
ChiBo

Hai concluso amaramente Chiara ed è vero. Puccio l’ha sottolineato. Ma come ne usciamo. Perché hanno distrutto valori, ideali, volontà. Cosa pensavano? Ed ora, che ancora insistono, Perché non smettono? Non c’è alcuna “felicità prodiana” dietro l’angolo.
“senza una coscienza civile radicata, senza un profondo senso di responsabilità morale, non si costruisce ne’ uno stato ne’ un popolo. E noi non abbiamo niente di tutto questo: sotto il tricolore, nulla.”
Purtroppo credo sia difficile confutare questo commento. Solo una osservazione può essere fatta . Dopo i primi anni di unità ,”qualcuno” ha lentamente ma inesorabilmente provveduto ad instaurare un sistema politico tale che ,tra profitti personali ,facilitazioni, garanzie,assicurazioni e gratificazioni di ogni genere ,lo sprovveduto che si avventurasse sulla strada del richiamo a virtù sociali sarebbe sicuro candidato alla camicia di forza .