Solo nei regimi totalitari e fatalmente destinati alla rovina propria e dei “sudditi” i dittatori cambiano a capriccio i dirigenti dei comparti apicali di pubblico rilievo. La competenza, infatti, non è figlia di improvvisazione, di “convinzioni politiche”, ma di studio e di esperienza. Il “governo”, quali ne siano il “colore” e le ambizioni, non può prescindere dallo Stato: una piramide gerarchica costruita non a difesa di privilegi ma a tutela dei diritti e degli interessi generali permanenti dei cittadini. Si può certo obiettare che da tempo al vertice delle responsabilità si trovano talora persone inadeguate. Se però se ne cerca la cagione, si scopre che gli inetti si trovano dove sono “per nomina ad nutum principis” anziché per concorso pubblico non manipolato, proprio perché sono frutto della degenerazione che lentamente ha corroso lo Stato liberale, fondato sulla uguaglianza dei diritti dinnanzi alle leggi e sulla certificazione delle carriere.
In “La macchina imperfetta: immagine e realtà dello Stato fascista “ (ed. il Mulino, meritatissimo Premio Acqui Storia 2018) Guido Melis dedica un capitolo importante alle Forze Armate nel ventennio mussoliniano, dal titolo suggestivo: “Fascio e stellette”. Le sue non sono “rivelazioni” sensazionali, ma ricapitolazione di fatti con spirito obiettivo e sereno, quale deve essere lo storico. Ricorda che tra il 1925 e il 1943 i Capi di stato maggiore generale furono tre in tutto e tutti e tre piemontesi: l’astigiano Pietro Badoglio (1925-1940), il casalese Ugo Cavallero (1940-1943) e il torinese Vittorio Ambrosio (1943). Nessuno dei tre può essere etichettato come “fascista”. Affiliato sia al Grande Oriente sia alla Gran Loggia, Cavallero, da molti studiosi settari definito filogermanico, venne “suicidato” il 14 settembre 1943 da Albert Kesselring, sia perché accusato di aver ordito con il senatore monarchico Luigi Burgo il rovesciamento di Mussolini (sospetto alimentato dal fascicolo distrattamente “dimenticato” sulla scrivania da Badoglio alla sua partenza dal ministero della Guerra alla volta di Pescara-Brindisi), sia perché rifiutò di assumere la guida di un esercito italiano vassallo dei tedeschi: compito poi assunto da Rodolfo Graziani, che però tenne a rivendicare la separatezza tra Forze Armate dello Stato repubblicano e Partito fascista repubblicano. Già Renzo De Felice aveva ricordato che nel 1930 appena 1.211 ufficiali su 21.522 risultavano iscritti al Partito nazionale fascista: il 5%, una minoranza esigua. Esercito e Marina rimasero insomma nicchie al riparo dal regime. Mussolini ne fu consapevole, tanto che il 18 marzo 1930 il Gran Consiglio del fascismo escluse successivi tesseramenti di ufficiali sia individuali, sia collettivi e chiese che la partecipazione alla vita politica degli ufficiali già iscritti fosse “aperta e nota”: non da “quinta colonna” o come una sorta di società segreta militare all’interno del regime.
A distanza di decenni, in un bilancio storico complessivo, si può aggiungere che l’istituzione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (regio decreto 14 gennaio 1923, n. 31), con i suoi gerarchi, statuti, regolamenti e rituali finì per essere un fattore di debolezza estrema del fascismo, proprio perché tenne nettamente divise le Camicie Nere dalle Sciarpe Azzurre, con tutte le conseguenze del caso. A conferma basti ricordare la sequenza dei suoi comandanti generali: Emilio De Bono, Italo Balbo, Cesare Maria De Vecchi, Asclepia Gandolfo e Maurizio Gonzaga – tutti “uomini del Re” – e, viceversa, dei suoi capi di stato maggiore: Francesco Sacco, Enrico Bazan, Attilio Teruzzi, Luigi Russo, Achille Starace ed Enzo Galbiati. Quest’ultimo il 25 luglio 1943 votò contro l’ordine del giorno Grandi-Federzoni-Bottai, aderì alla RSI e divenne generale della Guardia nazionale repubblicana, mentre De Bono venne fucilato a Verona per “alto tradimento”.
Il complesso rapporto tra Forze Armate e regime è bene evidenziato dalla figura di Pietro Gazzera (Bene Vagienna, 1879-Ciriè, 1953), il generale che da ministro della Guerra si oppose a Mussolini sventandone alcuni clamorosi colpi di testa che avrebbero potuto causare la catastrofe del Paese. Ne ha scritto una scrupolosa biografia Giuseppe Novero (Mussolini e il Generale: Pietro Gazzera ministro della Guerra lungo le tragedie del Novecento, ed. Rubbettino): opera documentata ed equilibrata, come prefazione di Antonio Spinosa, storico e giornalista. Novero non fa sconti a veri e presunti responsabili di pagine buie della storia militare italiana. Va però ricordato che nel 1861 l’Esercito era tutto da fare con pezzi e bocconi degli antichi Stati e che l’organizzazione del Paese (ferrovie, strade, porti, scuole, ospedali…) ebbe priorità rispetto alla macchina bellica, pur necessaria per la sopravvivenza dello Stato. Lo Stato Nuovo ebbe la saggezza di valorizzare il patrimonio di quelli pre-unitari, dalla “Nunziatella” di Napoli all’Accademia di Modena. E ne fu largamente ripagato.
Dalle pagine di Novero emerge uno spaccato significativo della storia d’Italia. Pietro Gazzera è un paradigma della Nuova Italia. Suo padre, modesto lattoniere di Bene Vagienna, nel Cuneese, e la madre, casalinga, ebbero undici figli. Uno di loro, Costanzo, divenne prefetto; l’altro, Pietro, percorse la carriera militare con impegno e onore. Il successo della “Terza Italia” fu assicurato anche dall’ottimo funzionamento dell’“ascensore sociale”, grazie al quale cittadini di modeste condizioni originarie salirono a posizioni eminenti: un processo propiziato dallo Stato sabaudo con i convitti militari (celebre, tra altri, quello di Asti, dal quale uscì Giuseppe Galliano, originario di Vicoforte, futuro eroe di Macallé e caduto ad Abba Garima il 1° marzo 1896) e con il torinese Collegio delle antiche province, che assicurò gli studi universitari ai “capaci e meritevoli”. Al riguardo la Costituzione del 1948 non ha inventato nulla.
Di grado in grado Gazzera raggiunse posizioni eminenti. Presa in moglie Bianca Maria Gerardi, di affermata famiglia borghese, ne ebbe Giovanni (Nino), Romano (futuro celebre pittore), Luisa e Linda. Ufficiale di artiglieria (come Badoglio), volontario in Libia (ove meritò la Medaglia d’Argento al Valor Militare), durante la Grande Guerra esercitò comandi via via più impegnativi, sino alla segreteria di capo di stato maggiore, meritandosi sempre stima, tanto che nell’ottobre 1918 fu designato tra i plenipotenziari italiani nella trattativa armistiziale con l’Austria-Ungheria. Novero documenta bene il suo ruolo a Villa Giusti ove gli austriaci firmarono l’armistizio il 3 novembre 1918 con efficacia dalle 15 dell’indomani. Per i suoi meriti nella delicatissima missione venne promosso generale di brigata.
Dieci anni dopo Gazzera fu nominato sottosegretario alla Guerra, il cui titolare era Mussolini stesso. Il generale Sergio Pelagalli, acuto studioso di Gazzera, ricorda che il “duce” negava al suo sottosegretario quanto questi chiedeva nell’interesse del ministro, cioè del presidente stesso: una delle tante contraddizioni del capo del fascismo. Ma all’epoca vi fu in Italia un “regime assoluto”? In realtà, come detto sopra, le Forze Armate rimasero fedeli alla Corona. Il 31 ottobre 1922 Mussolini in persona aveva scritto di suo pugno che i militari non dovevano osannare pubblicamente la sua ascesa al governo. Se, come alcuni ritengono, in realtà voleva sollecitarle a farlo davvero, ottenne il risultato opposto.
Il 12 settembre 1929 Gazzera venne nominato ministro della Guerra. Lo stesso anno il fossanese Balbino Giuliano divenne ministro della Educazione Nazionale. Il Vecchio Piemonte “pesava”, perché sapeva tenere a freno le intemperanze del “duce”. Come appunto fece Gazzera ripetutamente. Novero ricorda che talvolta Mussolini abbozzò precipitosi propositi aggressivi contro la Jugoslavia e contro la Francia. Accadde, per esempio, in coincidenza con le Grandi Manovre in un’area del Piemonte che ne era teatro da decenni. Gazzera non esitò a mettere il duce dinnanzi alla realtà. Deplorò la sproporzione tra le fantasie e i fatti. L’Italia rischiava una sconfitta pesantissima, dalle conseguenze catastrofiche e durevoli.
Consapevole che la storia non si fa con le parole, fu proprio lui a portare l’Esercito al massimo di efficienza, come ha evidenziato Oreste Bovio nell’insuperata “Storia dell’esercito italiano” (ed.US-SME): 34 divisioni di fanteria ternarie (non binarie, come poi divennero per aumentarne nominalmente il numero ma non la forza), oltre a due divisioni celeri, alpini, bersaglieri, camicie nere. Negò fucili alla Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, cioè al “para-esercito” di partito. I suoi comandanti se ne lamentarono con Mussolini. Gazzera rifilava loro solo vecchi arnesi indecorosi per le loro parate: “tanto varrebbe dare dei bastoni da passeggio o dei ceri da chiesa”. Gazzera replicò che altrimenti l’Esercito non sarebbe stato pronto in caso di mobilitazione. Sospinto da molti venti di tempesta e dalla propria ambizione egocentrica, il 21 luglio 1933 Mussolini gli comunicò che entro 24 ore lo avrebbe sostituito assumendo di persona il ministero della Guerra. Creato senatore del regno (il 30 ottobre di quello stesso anno), dopo un lungo periodo di emarginazione nell’estate 1938 Gazzera venne nominato governatore e comandante delle truppe del Galla e Sidama, nell’Africa Orientale Italiana: 50.000 uomini, 10.000 dei quali “nazionali”, poco e male armati. In un saggio esemplare pubblicato dall’Ufficio Storico dello SME, Federica Saini Fasanotti ha brillantemente ripercorso le vicende successive. Comandante superiore e reggente il governo dell’Africa Orientale Italiana dopo la resa del viceré Amedeo di Savoia, duca di Aosta, Gazzera continuò a combattere sino a quando, accerchiato e con forze ridotte a soli 4.000 uomini, ottenne gli onori delle armi. Prigioniero in Kenya, India e infine in un campo nel Tennessee (USA), il generale venne liberato su richiesta del governo italiano, tornò in patria il 20 dicembre 1943 e concorse alla riorganizzazione del Regio Esercito a fianco di Giovanni Messe, massone. Il 13 aprile 1944 fu nominato alto commissario per i prigionieri di guerra. Monarchico, nel giugno 1945 fu dichiarato decaduto dal Senato e collocato a riposo. Il 1° marzo il fascio di Roma gli aveva mandato una tessera “ad honorem”, d’ufficio, ma Gazzera, patriota e ministro nel lungo governo Mussolini, come tanti a-fascisti ascesi al governo del Paese, non fu mai “fascista”, se per tale s’intenda uno squadrista o una persona indulgente al “movimentismo”. Ricorse contro il provvedimento. L’ordinanza a suo carico fu revocata, ma rimase emarginato. Nel 1952 pubblicò Guerra senza speranza: Galla e Sidama.
La sua vicenda è esemplare per capire la complessità della nostra storia.
Quasi dieci anni dopo averne scritto la pregevole biografia, Giuseppe Novero ne riscatta definitivamente la memoria con una Mostra documentaria su “La Grande Guerra. Immagini e memorie” in programma da metà dicembre a Palazzo Lucerna di Rorà in Bene Vagienna, su impulso della Fondazione Romano Gazzera.
E’ un implicito monito a chi pensa che la dirigenza dello Stato può essere “inventata”, improvvisata, per fedeltà di tessera anziché per lealtà verso la Patria. La sua figura insegna che “uno non vale uno”. L’uguaglianza dei diritti comporta anche quella nei doveri: studio, altruismo, senso civico e dello Stato.
Aldo A. Mola


Lascia un commento