Per combattere i pregiudizi, ultimamente sempre più studiosi stanno cercando di sensibilizzare le persone sull’utilizzo responsabile del gas da scisti bituminosi (shale gas), nonostante le tante preoccupazioni dei detrattori.

Per combattere i pregiudizi, ultimamente sempre più studiosi stanno cercando di sensibilizzare le persone sull’utilizzo responsabile del gas da scisti bituminosi (shale gas), nonostante le tante preoccupazioni dei detrattori (spesso frutto di un ambientalismo ideologico e controproducente).
Questo gas viene estratto con la tecnica, appunto, del fracking (fratturazione idraulica), un metodo che sfrutta la pressione dei liquidi per provocare delle fratture negli strati rocciosi più profondi del terreno, agevolando così la fuoriuscita dei gas presenti nelle formazioni rocciose per consentirne un recupero rapido e completo.
Sul tema, vale la pena segnalare un recente e molto interessante studio di Richard Muller, professore di fisica presso la Berkeley University, in California, e sua figlia Elizabeth, intitolato “Why Every Serious Environmentalist Should Favour Fracking” (Perché ogni ambientalista serio dovrebbe essere favorevole al fracking) e pubblicato dal Centre for Policy Studies.
Gli autori dello studio partono dalla constatazione che, ad esempio, “la Cina abbia enormi riserve di shale gas, forse il 50% maggiori di quelle degli Stati Uniti. Il suo utilizzo, dunque, offre una splendida opportunità alla Cina per diminuire l’inquinamento atmosferico pur consentendo la crescita di energia. Gli esperti del settore ritengono che i metri cubi di gas recuperabili oggi potrebbero raddoppiare nel prossimo futuro per una migliore progettazione del fracking rispetto alle caratteristiche delle formazioni geologiche. E credono anche che nel prossimo decennio potrebbero quadruplicare. Il che significa disporre di quattro volte la produzione odierna, senza che il prezzo aumenti.”
Dopo aver spiegato l’immenso valore potenziale (ambientale, oltre che economico) dello shale gas, gli autori passano in rassegna le preoccupazioni sollevate più frequentemente da chi si oppone al fracking, concludendo che per la maggior parte si tratta di falsità e pregiudizi, e che per le restanti ragioni basta una minima regolamentazione.
Una delle critiche più comuni allo shale gas è che la sua produzione consumi enormi quantità di acqua dolce. Il che è vero solo fintanto che l’estrazione avvenga entro i 100 metri di profondità: al di sotto di tale soglia, l’acqua è troppo salata per qualunque altro utilizzo. Basterebbe una regolamentazione che imponesse il fracking oltre tale soglia, e il problema sarebbe risolto (cosa che, peraltro, sta già prendendo piede autonomamente in molte zone degli Stati Uniti).
Non è, invece, nient’altro che una leggenda metropolitana quella secondo cui il fracking potrebbe causare incendi a causa delle contaminazioni di gas nei sistemi idrici delle città: una convinzione sorta in seguito all’esplosione di un’abitazione della Pennsylvania. Peccato che nei pozzi che causarono l’incendio non si faceva alcun ricorso a tecniche di fracking.
Si dice anche che il liquido derivante dal fracking inquini il terreno circostante e, di conseguenza, possa avvelenare le acque sotterranee. Per contrastare questi timori, i titolari di più di 55.000 pozzi solo negli Stati Uniti pubblicano periodicamente l’elenco e la quantità delle sostanze che rilasciano (per chi fosse interessato, gli elenchi si possono consultare su www.fracfocus.org). Si tratta di sostanze per la maggior parte innocue, tanto che alcuni dirigenti delle aziende coinvolte si sono spinti a bere tali liquidi nelle conferenze stampa!
Per quanto riguarda invece le acque reflue, è evidente che si tratti di sostanze nocive. Alla fine del processo di fracking, tuttavia, si valuta che solo il 3% delle acque reflue debba essere smaltito. È evidente che non si debba rilasciare quella sostanza nell’ambiente, bensì trattarla nel modo adeguato. Un problema che, tuttavia, si pone praticamente per qualunque attività estrattiva (ma anche industriale), e per la risoluzione del quale è sufficiente una dose minima di buon senso.
Un problema reale, piuttosto, è quello delle fughe di gas metano, ma l’impatto sul clima di queste emissioni è comunque di gran lunga inferiore a quello provocato dall’utilizzo del carbone.
In conclusione, gli autori ritengono che le economie sviluppate dovrebbero aiutare quelle emergenti a passare dal carbone al gas naturale, migliorando e condividendo le tecnologie di fracking: è questa l’unica vera rivoluzione ambientalista del prossimo futuro.

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