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Il fondamento della socialdemocrazia

di Alberto Ferrari | 23 Marzo 2014

Le piccole e medie imprese efficienti vanno rafforzate, affinché possano superare il confronto economico con le grandi imprese.  La concorrenza a mezzo delle imprese pubbliche è un mezzo decisivo per impedire il controllo privato del mercato.

socialdemocraziaIl termine “politica” deriva da “polis” che possiamo tradurre sia come “città” che come “civiltà”. Le due cose nel mondo antico coincidevano. Politica è in primis l’arte di governare i rapporti economici delle società, sia al loro interno che nei rapporti tra le diverse comunità. Non c’è dunque politica che non sia anche modalità di governo dell’economia. Questo potere di governo può essere gestito privilegiando l’interesse (economico) di pochi: i più forti (nell’epoca in cui contava la forza), i più abili, i più furbi, i più ricchi. Oppure privilegiando l’interesse di tutti. Chiamiamo destra, e liberismo il loro pensiero politico, coloro che pensano che per rendere prospera una società occorre lasciare il più liberi possibili di agire coloro che hanno spirito imprenditoriale e commerciale perché è dalla capacita di questi di produrre ricchezza da cui a cascata deriverà poi il benessere per tutti. Chiamiamo sinistra, e socialismo il loro pensiero politico, coloro che pensano che se è pur vero che il mercato libero è uno strumento insostituibile per promuovere il benessere di una società, tuttavia senza uno Stato che intervenga nel sistema economico, ne detti le regole e le faccia rispettare, i possessori di ricchezze sarebbero spinti ad arricchirsi sempre di più a discapito degli altri. Si creerebbe una società di sempre più diseguali (cosa che sta succedendo oggi in tutto il mondo) con il rischio di gravi turbolenze sociali. Una società dove prevale il liberismo economico esasperato, se pure alle apparenze sia più libera, più dinamica, più attraente e attrattiva (come ha scritto Michel Albert, socialista e consulente economico di Mitterrand nel libro Capitalismo contro capitalismo) di fatto creerebbe continue tensioni sociali, tra pochi ricchi e masse di poveri, che renderebbero conflittuale quella società con il rischio di sconfinare in sistemi statali repressivi.

Tutto questo non è nuovo: era stato già ben descritto nel documento fondativo della socialdemocrazia tedesca, emerso dal congresso del ‘59 a Bad Godesberg, che fa apparire un po’ ripetitivi tutti coloro che oggi denunciano come loro scoperta i rischi delle politiche liberiste, dal momento che tutti questi rischi e i possibili rimedi erano già stati ampiamente analizzati con le relative proposte di soluzione. Sarebbe bastato che i partiti socialisti una volta arrivati al governo vi avessero posto maggior attenzione ed entusiasmo nel realizzarle. E’ scritto nel documento di Bad Godesberg: <Un carattere essenziale dell’economia moderna è il processo di concentrazione che si va continuamente rafforzando. Non solo le grandi imprese determinano in modo decisivo l’evoluzione dell’economia e del livello di vita, ma esse modificano anche la struttura dell’economia e della società: chi nelle grandi organizzazioni economiche ha potere di disporre di milioni di dollari e decine di migliaia di lavoratori, non si limita a fare dell’economia, ma esercita il potere sugli uomini, la dipendenza degli impiegati e degli operai va molto al di là della sfera economico-materiale. Laddove predomina la grande impresa non esiste libera concorrenza. Chi non dispone dello stesso potere, non ha le stesse possibilità di sviluppo, in un modo o nell’altro non è libero. La posizione più debole nell’economia è quella dell’uomo in quanto consumatore. Con il loro potere, ulteriormente rafforzato da cartelli e consorzi, gli uomini che dirigono la grande industria esercitano un influsso sullo Stato e sulla politica che non è conciliabile con i princìpi democratici. Essi usurpano il potere statale. Il potere economico si trasforma in potere politico.  Questo stato di cose è una provocazione per tutti coloro che nella libertà e dignità, nella giustizia e nella sicurezza sociale vedono le basi della società umana. Il contenimento del potere della grande industria rappresenta dunque il compito centrale di una politica economica liberale. Lo Stato e la società non devono diventare preda di potenti gruppi d’interesse. La proprietà privata dei mezzi di produzione ha diritto ad essere protetta e incentivata, fintanto che essa non ostacola la costruzione di un ordine sociale giusto. Le piccole e medie imprese efficienti vanno rafforzate, affinché possano superare il confronto economico con le grandi imprese.  La concorrenza a mezzo delle imprese pubbliche è un mezzo decisivo per impedire il controllo privato del mercato. A queste imprese spetta il compito di far valere gli interessi della collettività. Esse diventano necessarie laddove, per motivi di ordine naturale o tecnico, alcune prestazioni irrinunciabili per la collettività possono essere ottenute in modo economicamente ragionevole soltanto escludendo la libera concorrenza>.

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