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Il deja vu del trionfo di Putin

di Giuseppe Mele | 29 Novembre 2015

Obama ha trasformato Putin, che gli Usa negli ultimi due anni avevano  denunciato e dichiarato come “wanted”, quasi un criminale internazionale, nel nuovo sceriffo cui ha ceduto la stella.

Non è vero che Putin abbia intimato all’India la liberazione dei Marò. Neppure che le bombe russe in Siria facciano bollire la terra. Il fatto che queste notizie appaiano plausibili in Italia come in Medio Oriente è la prova di quanto sia cresciuta la figura del presidente russo al punto da trasformarsi in leggenda vivente. Il suo momento di trionfo si è consumato su un anonimo divanetto ad Adalia, Turchia dove alla macabra luce del sangue di Parigi si è illuminata l’umiliazione di Obama e dei sui alleati, muti con i visi tirati. Solo il garrullo Renzi fanciullescamente continuava a chiedere sostegno alle sue riforme, ignorate e ignorato da tutti.  Il presidente russo, carico di un colorito rossoarancio di cuoio sembrava essersi scambiata l’icona di uomo di colore rispetto ad uno sbiancato inquilino della Casa Bianca. Davanti allo status quo creatosi in Siria con l’efficace intervento militare russo anti Isis, Obama si è rimangiato, uno dopo l’altro, tutti i diversi livelli, tra realtà e di propaganda, della campagna politica antiMosca. Gli sono andati giù a fatica l’oblio sulle sanzioni economiche che dovevano punire le invasioni russe di Gruzia, Ucraina e Crimea, sulle liste di proscrizione per politici, imprenditori e giornalisti russi, sull’aggressivo battage sportivo, che da Blatter al doping, doveva isolare lo sport degli slavi, fino anche sull’indignazione della comunità internazionale gay. Per ora addio al filone cinematografico dei russi criminali terroristi, alle reciproche accuse sugli aerei abbattuti e sull’arresto di spie, al blocco dei conti e delle carte di credito. E soprattutto addio all’idea di eliminare il leader siriano Assad, così come fatto a suo tempo con l’irakeno Hussein ed il libico Gheddafi.

Chiedendo un’intesa al russo, finora unico sostenitore evidente del presidente di Damasco, per ristabilire l’ordine in Medio Oriente, Obama ha ammesso l’inconsistenza della sua politica speranzosa in arabi moderati, curdi, primavere, iraniani e ribelli siriani; si è reso conto di essersi inimicato Israele e Turchia senza acquisire altri amici; ha realizzato di avere causato l’invasione d’Europa da parte di un esodo milionario di fuggitivi; ha finito di illudersi dell’efficacia delle guerre fatte con robot e senza soldati. Soprattutto Obama ha trasformato Putin, che gli Usa negli ultimi due anni avevano  denunciato e dichiarato come “wanted”, quasi un criminale internazionale, il nuovo sceriffo cui ha ceduto la stella. Il presidente, tenace e resistente, russo, si è fatto mettere sul piedistallo di potenza paritaria, senza neanche una parola o un grazie, indifferente a celare l’incredibile attesa nutrita da Mosca fin dal 1991, di tornare potenza mondiale sul piano prediletto, quello militare. E se ne è tornato nel suo paese che, se gli assegna una popolarità straordinaria per i successi internazionali, resta comunque in ginocchio.  La Russia non vive più gli anni “senz’anima”, né quelli ruggenti dei passati decenni, non è più la Russka pronunciata all’americana. Non è neppure il paese che esalta lo 007 zarista Fandorin. E’ un paese greve, martellato da una pesante campagna televisiva dove news e serial si confondono per sostituire o meglio accompagnare il tradizionale antisemitismo con il nuovo antiucrainismo. Dove i sindacati sono stati riammessi nei circoli presidenziali dopo la loro grande manifestazione per la Crimea. Dove il patriarca si fa platealmente pagare per apparizioni e comizi Tv dove santifica tutte le cause del governo. Dove nessuno capisce bene quale siano i confini della mitica Nuova Russia. Dove le leggi proibiscono il turpiloquio ed i ministri si esprimono come teppisti di fronte a tutti. Dove declamano che per difendere Putin, sono disposti al freddo, alla fame, alla sete. Dove il mito Stalin sale e scende continuamente ora come un vile gruzino ora come l’emblema della forza. Dove l’ex candidata presidenziale Kakamada ammette candidamente in diretta di temere per la propria vita. Dove i bimbi invalidi vengono cacciati dalle scuole e pietà è morta per chiunque sia troppo debole. Dove Brodskij viene esaltato per la celebre poesia antiucraina recitata e mai pubblicata. Dove il sospetto per i nuovi kulaki è forte e la dirigenza di Solstovo, la sperata Silicon Valley russa, è sotto processo per colpire Chubais, l’ultimo mohicano dei ’90, ancora vivo ed in alto. Dove il lavoro immigrato di turkmeni, tagiki e uzbechi è del tutto invisibile perché gli asiatici sono considerati e trattati come animali. Ad una tagika, senza documenti, è stato sottratto il bimbo neonato, lasciato morire in un posto di polizia. Prima del processo è stata cacciata al suo paese per metterci una pietra sopra. Le sanzioni hanno colpito ed i redditi se ne vanno tutti per la spesa alimentare un po’ come succede nei paesi africani. Come sempre i produkti sono tutti importati ed ora più cari. L’inflazione, se svuota gli stipendi calati tra 30% e 50% ha facilitato la gestione del debito pubblico interno. L’età media precipita come l’entità della popolazione. Tutto il dimezzamento del Pil, del rublo, dell’incasso dalle materie prime, sofferto al massimo a metà 2015, è divenuta colpa dell’odiata America e della Gayeuropa, il che è anche in parte vero. Non è una Russia felice quella che accoglie il Putin trionfatore, ma un paese sempre più autoritario dove il gruppo musicale Leningrad, famoso per il turpiloquio prende in giro la propaganda.  “Noi siamo i migliori di tutto, e tutti gli altri sono merda. Noi siamo i migliori perché voi a noi non ci fottete”. Testuale, come da una platea rock, o da un incontro ufficiale. Gran parte della Russia non ne intende l’ironia. Obama, vicino alla cultura ghetto dei 5 cent, non poteva farcela con i 5 kopeki al potere. La Russia per tornare al vertice non può fare che così. L’America per scendere in basso non può fare che così. E’ tutto un grande deja vu.

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, casa bianca, comunità internazionale, conti, debito pubblico, dichiarato, gheddafi, ghetto, governo, italia, lavoro, manifestazione, obama, parigi, poesia, polizia, processo, putin, renzi, riforme, sindacati, siria, soldati, sostegno, usa

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

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