
Le illusioni si spengono sempre al tramonto del venerdì, quando lo Shabbat
(è il sabato ebraico, il giorno sacro del riposo assoluto che inizia al tramonto del venerdì e termina il sabato sera. In Israele ferma i trasporti, i negozi, la vita pubblica e persino i ritmi della politica più accanita) impone il silenzio alle armi e alle grida dei mercati. Ma questa volta il silenzio che avvolge Israele non è di pace; è il silenzio gravido e d’acciaio che precede i grandi mutamenti. Benjamin Netanyahu, l’eterno redivivo, l’uomo che ha fatto della sopravvivenza politica la propria unica religione, si è fermato. Quarantasei seggi. Una cifra che per lui non è solo un numero, è un verdetto. È il crepuscolo di un’era.
Il presidente Isaac Herzog ha fatto la sua scelta alla fine del riposo sacro. Ha guardato oltre le mura del compromesso e ha chiamato alla residenza presidenziale Gadi Eisenkot, il leader del partito Yashar (è un partito di centro-destra pragmatico. Il nome si ispira a una celebre espressione di Eli Sharabi, un cittadino israeliano preso in ostaggio il 7 ottobre, che per descrivere l’unità nazionale disse: “Non è destra, non è sinistra, è dritto” (Yashar).
Un ex soldato, un ex capo di Stato Maggiore. Un uomo abituato a contare i morti e i vivi prima di contare i voti. È a lui che viene consegnato il fardello più pesante: tentare di rimettere insieme i cocci di una nazione spaccata in mille fazioni, frammentata da odii incrociati e fanatismi identitari.
Questa transizione non è una semplice staffetta parlamentare. È uno scontro di mondi. Da un lato il cinismo consumato di chi ha governato cavalcando la paura, dall’altro la rigida e quadrata logica di un generale chiamato a fare ordine nel caos. Ma la Knesset non è un campo di battaglia dove gli ordini si eseguono senza replicare. Lì dentro, tra quei centoventi scranni dove nessuno ha la maggioranza assoluta, le promesse valgono meno della sabbia del Negev (è il deserto roccioso che copre il 60% di Israele.
Eisenkot si muove ora in un labirinto di veti incrociati e alleanze fragili come il vetro. Ha già lanciato il suo monito, duro, privo di fronzoli retorici: “Chi saboterà la formazione del governo non sarà perdonato”. Parole da caserma, forse, ma in questa terra straziata e perennemente in bilico sul baratro, la fermezza è l’unica lingua che tutti comprendono. Resta da vedere se il rigore di un militare basterà a saziare la fame di potere di partiti disposti a tutto pur di non cedere un centimetro del proprio dogmatismo. La vera battaglia di Gadi Eisenkot comincia adesso. E non si combatte con i tank – carro armato, ma con la pazienza feroce della sopravvivenza.
Giuseppe Basilico


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