
A Gaza anche la pioggia è diventata una minaccia alla sopravvivenza. Le ultime precipitazioni hanno allagato decine di migliaia di tende, inzuppato materassi e coperte, costretto le famiglie a mettere in salvo i bambini. I soccorritori hanno ricevuto 1.500 richieste d’aiuto. Mancano carburante e mezzi per fronteggiare gli allagamenti.
Comincia il quarto inverno fra le macerie. Il Norwegian Refugee Council avverte che 1,65 milioni di persone rischiano di trascorrerlo in tende logore ed edifici danneggiati. Circa 950 mila vivono in luoghi esposti alle inondazioni. Dopo anni di distruzione, un temporale basta a portare via quel poco che resta. La ricostruzione promessa resta lontana e le famiglie affrontano ogni notte senza sicurezza.
L’Unicef ricorda che lo scorso inverno almeno undici bambini, compresi neonati, sono morti per ipotermia. Altri rischiano infezioni respiratorie e malattie trasmesse dall’acqua contaminata.
I dati delle Nazioni Unite mostrano quanto sia enorme la distanza fra necessità e soccorsi disponibili: all’inizio di novembre servivano ancora 121 mila tende, ma le scorte nella Striscia erano circa 2.800. Le restrizioni israeliane all’ingresso di materiali, ricambi e lubrificanti minacciano anche le pompe dell’acqua, gli impianti fognari e i generatori degli ospedali.
Questa catastrofe era prevista. Le organizzazioni umanitarie avevano lanciato l’allarme, chiesto fondi e materiali e di poter accedere senza limitazioni. L’inverno arriva ogni anno. Lasciare una popolazione senza case e ostacolare ciò che potrebbe proteggerla significa esporla consapevolmente a nuove sofferenze e a morti evitabili.
Il genocidio dei palestinesi continua. La responsabilità del governo israeliano è schiacciante.
Evidente è anche la complicità di chi dispone di strumenti economici e diplomatici e rinuncia a usarli con la forza necessaria.
Servono accesso pieno agli aiuti, ripari adeguati, cure, ricostruzione. Servono sanzioni e la sospensione delle forniture militari al governo di Israele Ogni rinvio si misura nella vita delle persone.
Dov’è l’Europa? Dov’è l’Italia? Come si può continuare a pronunciare la parola «diritti» e tollerare che un popolo venga privato delle condizioni per vivere?
Enrico Rossi


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