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Il caso Tobagi e la libertà di informazione

Appello di solidarietà ai giornalisti condannati (E’ sufficiente rispondere all’email: vale come adesione).
Obiettivo: sollecitare la politica a rivedere le norme che, come nel caso di Magosso e Brindani, portano alla condanna chi firma un’intervista a un protagonista di una determinata vicenda.

di Redazione Pensalibero.it | 29 Settembre 2007

Breve riassunto dei fatti

Il 20 settembre 2007, presso il Tribunale di Monza, il giornalista
Renzo Magosso e l’ex direttore del settimanale “Gente”, Umberto
Brindani, sono stati condannati a seguito di una querela per
diffamazione presentata dal generale dei carabinieri in pensione
Alessandro Ruffino e dalla sorella del generale Umberto Bonaventura da
tempo deceduto.

Oggetto della querela un articolo del 17 giugno 2004 in cui Magosso
aveva intervistato un ex sottufficiale dei carabinieri, Dario Covolo,
che dichiar ava di avere presentato sei mesi prima dell’omicidio del
giornalista Walter Tobagi una nota informativa sui terroristi che
stavano progettando l’azione criminosa. Walter Tobagi venne
effettivamente ucciso il 28 maggio 1980, proprio nel luogo che Covolo
aveva indicato. L’informativa era frutto delle informazioni di un
militante dei gruppi armati che da tempo collaborava con i carabinieri
di Milano e che era “gestito” da Covolo (detto “Ciondolo”)..

Nel corso del processo, Covolo ha ribadito la versione dei fatti
fornita a Magosso, confermando la correttezza delle frasi,
virgolettate, a lui attribuite nell’articolo. Anche uno dei più
stretti collaboratori del generale Carlo Alberto Della Chiesa, l’ex
generale di Corpo d’Armata Nicolò Bozzo, ha riferito al Tribunale
diversi elementi che contestano le verità ufficiali sulla vicenda
Tobagi.

Nonostante ciò, i due giornalisti hanno ricevuto una condanna, che
obiettiv amente rischia di assumere i contorni di una intimidazione n! ei
c onfronti di qualsiasi giornalista eserciti, con coscienza e
professionalità, il dovere di riferire le notizie di cui viene a
conoscenza.

È vero che le sentenze vanno rispettate, ma come hanno commentato il
segretario generale della Federazione Nazionale della Stampa, Paolo
Serventi Longhi, e il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine
dei giornalisti, Lorenzo Del Boca, in questo caso non si può non
rimanere perplessi e preoccupati.

Nel testimoniare la massima solidarietà verso Renzo Magosso e Umberto
Brindani, teniamo anche a rilevare quanto quella sentenza rischi di
definitivamente porre la parola fine sull’assassinio di Walter Tobagi,
una vicenda che, diversamente, ha suscitato e suscita interrogativi
ancora irrisolti.

Il 20 ottobre è fissato, presso il medesimo Tribunale di Monza,
l’inizio di un analogo procedimento per diffamazione nei confronti
dell’ex carabiniere Dario Covolo. Un procedimen to che a questo punto
potrebbe avere un esito scontato.

Il nostro appello, che si motiva nella solidarietà verso i due
giornalisti, vuole che il nuovo procedimento diventi occasione di
chiarezza e di giustizia senza ombre.

…………………

PROCESSI. E DIRITTO DI CRONACA

Delitto Tobagi,

giustizia è sfatta

di Franco Corleone/Il Riformista del 21 settembre 2007

Nessuna sorpresa dal Tribunale di Monza: Magosso è colpevole e la
verità ufficiale sull’omicidio Tobagi è sacra e intangibile. Renzo
Magosso, cronista d’assalto e amico di Walter Tobagi è stato
condannato per diffamazione verso il generale Ruffino e la sorella del
defunto generale Bonaventura per avere pubblicato una intervista a un
ex carabiniere dell’antiterrorismo di Milano che senza ambiguità o
incertezza affermava di avere presentato sei mesi prima dell’omicidio
un rapporto ai suoi superiori con i nomi degli autori del progetto
assassino. Una rivelazi! one scon volgente per tutti ma in particolare
per un collega e amico che già dai giorni del delitto sul quotidiano
L’Occhio individuava la pista del gruppo di Marco Barbone fino a
denunciarlo il 26 settembre prima della presunta confessione spontanea
del capo della Brigata 28 marzo.

Mille euro di multa la richiesta del pubblico ministero accolta dal
giudice e rispettivamente 120 mila e 90 mila euro di risarcimento per
le parti offese più le spese processuali. Una condanna penale che non
è meno grave, anzi più offensiva perché monetizzata in maniera
spropositata. Viene da rimpiangere il tempo in cui le questioni
d’onore si risolvevano con il duello, ora tutto viene comprato e
venduto con il denaro, anche la libertà e la dignità. È un segno dei
tempi che anche la giustizia si affidi alla bilancia di Brenno.

Quale è la colpa del giornalista in questo caso che non solo diverrà
da manuale ma assumerà il carattere de l monito e dell’intimidazione?
Secondo il dottor Pepè, il pm che dall’inizio del processo ha mostrato
palesemente la sua convinzione colpevolista al limite del pregiudizio,
Magosso avrebbe dovuto ridicolizzare Dario Covolo e annullare lo scoop
sentendo la controparte. È una tesi che distruggerebbe il ruolo della
libera stampa e il diritto-dovere di informazione. Questa sentenza del
tribunale di Monza va anche contro una netta pronuncia delle Sezioni
Unite della Corte di Cassazione che afferma la non responsabilità del
giornalista per le affermazioni dell’intervistato. In questo caso poi
vi era la deposizione di Dario Covolo che in aula si era assunto la
paternità testuale delle frasi incriminate.

La vicenda giudiziaria andrà avanti con l’appello, ma peccheremmo di
ingenuità riducendo la vicenda a un normale caso di diffamazione. La
censura che ha avvolto questo caso, il silenzio assordante di tanti
che avrebbero do vuto prendere parola, ha a che fare con le ombre e i
dubb! i che da ventisette anni circondano l’interrogativo drammatico:
Tobagi poteva essere salvato?

La ricostruzione di Covolo oltre alla denuncia dei rapporti tenuti nel
cassetto per ragioni misteriose (sciatteria, sottovalutazione,
insipienza nella più innocente delle ipotesi) ha fatto emergere un
altro punto dolente, il ruolo di Rocco Ricciardi, militante dei gruppi
armati di quegli anni nella zona di Varese e da un certo momento
confidente dei carabinieri. Sergio Segio nell’incontro pubblico del 23
luglio al Centro San Fedele di Milano e nel testo presente nel Libro
Bianco che abbiamo presentato martedi scorso al Circolo della Stampa
avanza l’ipotesi che la collaborazione di Ricciardi sia cominciata ben
prima del marzo 1979 e protrattasi dopo l’ottobre 1980. Una
collaborazione ben più importante di quanto si sia voluto far credere.

Si aprono scenari inquietanti e davvero è fuori dal mondo la pretesa
che una sentenza per diffama zione metta la parola fine alla
chiarificazione necessaria di eventi che devono entrare nella storia e
non essere sepolti dall’oblio. Come è interessante la denuncia del
generale Bozzo che sempre a Monza ha dichiarato che la catena di
comando del carabinieri di Milano era rappresentata da personaggi ex
repubblichini e affiliati alla P2 e che non rispondevano alla logica
dello Stato democratico.

Una multa di mille euro non può fermare un approfondimento di cui
nessuno può avere paura. I deputati Boato e Buemi hanno presentato nei
giorni scorsi una interpellanza al presidente del Consiglio e ai
ministri della Giustizia e dell’Interno per chiedere quali iniziative
intenda assumere il governo contro ogni possibile omissione nella
ricerca della verità. Mi pare che il Parlamento sia la sede adatta per
sciogliere un groviglio inquietante. Nella scorsa legislatura, il 16
giugno del 2004, Marco Boato illustrò un documento isp ettivo sempre su
questo caso e la risposta del governo, ! del mini stro Giovanardi, fu
definita dall’interrogante come «semplicemente indecente». Questa
volta il governo non si dovrà trincerare dietro le verità ufficiali
delle procure o dei carabinieri.

Pubblicato in : Primo piano

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