
Il successo perfetto del palestinismo occidentale sta in un meccanismo psicologico e simbolico di straordinaria efficacia: la trasformazione dell’odio in azione umanitaria.
Non costa nulla, aggrega immediatamente, produce identità, garantisce visibilità sociale e soprattutto elimina il peso della responsabilità concreta.
Non è necessario studiare, comprendere la complessità storica, aiutare realmente i palestinesi, affrontare Hamas, la corruzione delle leadership o le tragedie del Medio Oriente reale. Basta aderire emotivamente a una liturgia dell’indignazione centrata contro Israele e gli ebrei.
Tanti contro pochi. Individuabili e attaccabili facilmente e vigliaccamente.
Ed è qui che il meccanismo diventa perfetto: ciò che normalmente sarebbe semplice passività viene percepito soggettivamente come impegno morale. In realtà non si fa nulla per i palestinesi; ma si fa qualcosa contro Israele e gli ebrei, e questa ostilità viene vissuta interiormente come prassi politica, militanza, persino coraggio etico.
L’odio sostituisce l’azione, ma soprattutto viene riconosciuto socialmente come azione.
La “flotilla” è il paradigma ideale di questo sistema: bassissimo costo pratico, altissima redditività simbolica. Non importa l’efficacia reale dell’intervento; importa la teatralizzazione pubblica del conflitto con Israele, perché è lì che si produce identità, appartenenza, gratificazione morale e capitale mediatico.
Per questo il palestinismo contemporaneo funziona così bene nelle società occidentali: offre una forma di attivismo senza sacrificio, di politica senza responsabilità, di militanza senza costruzione.
Una tecnologia emotiva in cui l’ostilità verso Israele e gli ebrei diventa contemporaneamente linguaggio morale, collante sociale e sostituto dell’azione reale.
David Pacifici

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