
di Elena Marisol Brandolini*
Oggi 4 ottobre si vota in Brasile per eleggere presidente, vicepresidente e i governatori degli Stati e per rinnovare il parlamento (tutti i seggi della Camera e parte di quelli del Senato). Ma poiché è difficile che il presidente sia eletto già in questo primo turno, si dovrà attendere probabilmente la il ballottaggio previsto per il 25 ottobre.
Sono tredici i candidati che concorrono per la massima carica dello Stato, ma la disputa reale è tra l’attuale presidente Luiz Inácio Lula da Silva del Partido dos trabalhadores, di 80 anni, e Flávio Bolsonaro, anni 45, del Partido liberal, figlio dell’ex presidente di estrema destra Jair Bolsonaro, attualmente in carcere dopo essere stato condannato a 27 anni per tentato colpo di Stato. Nella corsa si è inserito anche Augusto Cury, uno psichiatra e ricco imprenditore di 67 anni, autore famoso di diversi libri di autoaiuto, ma i dati che lo avevano accreditato con oltre il 10% di gradimento sono andati presto sgonfiandosi.
Da diversi giorni i sondaggi indicano una situazione di parità tecnica tra i due contendenti, nonostante Lula goda di un certo vantaggio al primo turno. La probabilità su cui si lavora, infatti, è che al secondo turno confluiscano sull’ ultraconservatore Bolsonaro i voti degli altri candidati non più in competizione, riequilibrando il risultato a suo favore. La vittoria di uno o dell’altro, alla fine, avverrebbe quindi per una manciata di voti, evidenziando l’esistenza di un Paese sostanzialmente diviso in due, come è già successo nelle ultime elezioni di alcuni tra i più importanti Stati dell’America Latina. E il Brasile di Lula, assieme al Messico di Claudia Sheinbaum, è stato fino a questo momento l’unico grande paese della regione a non cedere all’ondata reazionaria di Donald Trump, continuando a scommettere sul multilateralismo, la difesa dei diritti umani e della democrazia, il rifiuto della guerra e la lotta alla crisi climatica.
Anche se le élite imprenditoriali e mediatiche avrebbero preferito un candidato conservatore con un cognome meno imbarazzante, considerano che solo i Bolsonaro, che hanno costruito un’identità con cui si riconosce la metà del Paese, possono sconfiggere il nemico comune rappresentato da Lula. Flávio Bolsonaro è all’apparenza più moderato del padre, ma ha assunto la sicurezza come terreno principale di scontro con il suo avversario e si allinea costantemente con Washington. La sua candidatura si avvale del sostegno di ampi settori evangelici, una destra radicale intrisa di autoritarismo militare e conservatorismo morale che già esisteva e che suo padre seppe mobilitare attorno a un progetto comune, e un movimento politico ormai consolidato che l’arrivo di Trump al secondo mandato presidenziale ha rinvigorito.
Lula può vantare di aver portato il paese su un buon sentiero di sostenibilità sociale. Con una crescita del pil superiore al 2% (2,4% per quest’anno e 2,2% per il 2027 secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale) e un tasso di disoccupazione appena superiore a quello considerato fisiologico (5,4%), gli imprenditori gli rimproverano l’aumento del debito pubblico (superiore all’80% sul pil), pretendendo una manovra finanziaria che riduca il peso della spesa sociale. Lula ha comunque annunciato l’aumento del 15% del programma sociale contro la povertà Bolsa Familia a partire dai prossimi giorni e ha promesso che, se verrà eletto, tornerà ad aumentare il salario minimo di cui gode un terzo dei lavoratori e lavoratrici del Paese. Qualche giorno fa ha imposto un divieto sulle scommesse online, che rovina moltissime famiglie brasiliane, facendo infuriare le squadre di calcio che hanno per sponsor alcune delle società che operano nel settore. Ma ci sono anche contraddizioni nella sua azione di governo che mettono in guardia alcuni settori progressisti, in questo caso dell’ambientalismo. Come quando ha accolto con entusiasmo la scoperta di un giacimento di petrolio davanti alla foce del Rio delle Amazzoni, affermando che “un paese che ha un petrolio di questa qualità non permetterà che nessuno lo tocchi”.
Il Brasile rappresenta il quinto paese per estensione del pianeta, è l’economia più importante dell’America Latina con un buon ritmo di crescita che più facilmente del Messico può rivolgersi ad altri partner commerciali che non siano gli Stati Uniti, possiede enormi risorse naturali dal petrolio inquinante al polmone amazzonico, e ha una popolazione di oltre 210 milioni di abitanti. Fa gola a chi, come l’attuale amministrazione americana, è alla continua ricerca di territori da sfruttare nella competizione permanente con la Cina. Lo ha denunciato Lula senza infingimenti durante l’ultima Assemblea generale delle Nazioni unite, quando ha affermato la sua idea di sovranità nazionale. “Il Brasile non entra nel cortile di casa di nessuno”, ha detto in riferimento al recupero della dottrina Monroe da parte di Washington. Perché il rischio di un’ingerenza americana nelle presidenziali in Brasile si rafforza con il sostegno esplicito di Trump a Bolsonaro, anche alla vista di cosa è accaduto recentemente in altri Paesi della regione.
Elena Marisol Brandolini
*Istituto Ispi

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