L’Istituto nazionale di statistica ha comunicato che il tasso di disoccupazione è sceso dal 7,7% del 2005 al 6,8% nel 2006, il dato più basso dal 1993. La riduzione della disoccupazione ha interessato sia il Mezzogiorno, sia i lavoratori extracomunitari.
Permangono tuttavia forti disparità tra le diverse aree geografiche del nostro paese (nord/centro/sud) che riflettono il gap esistente in termini d’infrastrutture, burocrazia, criminalità e il resto di un noto elenco la cui responsabilità pesa principalmente sulle spalle delle classi dirigenti ed è retaggio di una precisa volontà politica.
Il Sud doveva restare un laboratorio politico, assistito e prostituito ai signorotti locali dove sarebbero prevalsi arroganza, cinismo e tracotanza del Potere. Un ordine sociale feudale, antimeritocratico, familistico, con una prole asservita cui piace sentire la durezza del bastone di comando. Una politica traducibile economicamente in un mercato di mero consumo.
I dati comunicati dall’Istat invitano a riflettere. I precari sottopagati, su cui è trasferito il rischio d’impresa e gli effetti delle dimensioni medio/piccole dell’apparato produttivo, possono accontentarsi di tali statistiche? I lavoratori extracomunitari, privi dei fondamentali diritti di cittadinanza, che svolgono i lavori più umili spesso in condizioni rischiose per la propria incolumità fisica, possono ritenersi soddisfatti di simili percentuali?
Come sono utilizzati i fondi europei per l’addestramento professionale e l’orientamento sul mercato del lavoro?
Sono soddisfacenti le politiche passive attuali (ad esempio i sussidi di disoccupazione) per fronteggiare la disoccupazione?
Frequenza delle innovazioni, maggiore competitività, il ritardo con cui l’Italia è arrivata all’appuntamento con l’apertura dei mercati, si possono annoverare tra le cause che hanno generato la precarietà. E l’assenza d’adeguati ammortizzatori sociali rende ancora più difficile la vita per le nuove generazioni precarie …
Fabio Amiranda

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