
Lunedì 5 ottobre 2026, a quasi tre anni esatti dal massacro del 7 ottobre 2023 in Israele, Rete 4 trasmetterà We Will Dance Again, il documentario di Yariv Mozer sul Nova Music Festival. Orario: 23.25. Quasi mezzanotte. Dopo tre anni di silenzio televisivo generalista su un documento che mostra direttamente ciò che accadde quella mattina, finalmente arriva in Italia e viene sistemato quando il grande pubblico sta andando a dormire.
La motivazione sarebbe la tutela dei minori. Curioso concetto di tutela. Per tre anni l’opinione pubblica italiana è stata investita quotidianamente dal racconto di Gaza, dalla questione umanitaria, dalle immagini, dalle denunce, dalle manifestazioni, dalle accuse, dai numeri e dalle dichiarazioni rilanciate incessantemente da televisioni, giornali e social. Gaza è diventata una presenza permanente nell’orizzonte mediatico occidentale, mentre ciò che avvenne in Israele il 7 ottobre è stato progressivamente ridotto a sei parole pronunciate per dovere: “dopo l’attacco del 7 ottobre”. Poi si volta pagina. Il massacro che ha aperto questa fase della guerra viene così lentamente espulso dalla memoria visiva, mentre tutto ciò che è avvenuto dopo rimane permanentemente sotto gli occhi del pubblico.
E adesso scopriamo improvvisamente che proprio le immagini del 7 ottobre devono essere protette dagli occhi dei bambini. Quelle immagini che spiegano perché migliaia di israeliani si svegliarono quella mattina dentro una guerra, quelle che mostrano il Nova Festival trasformato in una mattanza, gli ostaggi trascinati a Gaza, i civili inseguiti, le automobili abbandonate, le persone nascoste per ore cercando di non essere trovate. We Will Dance Again non è un film dell’orrore inventato da uno sceneggiatore. È un documento storico costruito anche attraverso materiale girato durante l’attacco. In Gran Bretagna venne trasmesso già nel settembre 2024 in prima serata. In Italia occorrono quasi tre anni e bisogna aspettare le 23.25.
Questa non è una questione di palinsesto. È una questione di memoria. Il bombardamento mediatico su Gaza ha costruito per anni una presenza continua, emotivamente potentissima, mentre il 7 ottobre è stato lentamente spinto sullo sfondo. E chi non studia, non approfondisce, non confronta le informazioni e costruisce la propria visione del mondo attraverso ciò che gli scorre davanti sul televisore o sul telefono finisce inevitabilmente per percepire soltanto ciò che gli viene mostrato più spesso. È lì che la selezione dell’informazione diventa selezione della memoria e la selezione della memoria diventa costruzione della coscienza collettiva. I minus habentes non hanno bisogno che qualcuno dica loro cosa pensare: basta decidere cosa fargli vedere ogni giorno e cosa mostrargli una volta ogni tre anni alle 23.25.
Non occorre bruciare un archivio per cancellare un fatto storico. È sufficiente sottrarlo lentamente allo sguardo. Prima spariscono le immagini, poi rimane soltanto la data, infine anche la data perde significato. Il 7 ottobre sta subendo esattamente questo processo. Lo si pronuncia, lo si ritualizza, lo si archivia e si torna immediatamente a Gaza. La memoria delle vittime israeliane diventa una premessa, quella delle vittime palestinesi rimane il presente permanente della narrazione. Il risultato è una rappresentazione mutilata della storia nella quale le conseguenze rimangono continuamente visibili mentre l’evento che ha innescato questa fase del conflitto viene progressivamente dissolto.
Trasmettere We Will Dance Again quasi tre anni dopo e alle 23.25 non restituisce al 7 ottobre lo spazio che gli è stato sottratto. Certifica quanto gliene sia rimasto. Una fascia marginale, una notte commemorativa, qualche parola di introduzione e poi tutti tranquilli perché formalmente il documentario è stato trasmesso. Il problema è proprio questo: oggi non serve più censurare. È sufficiente marginalizzare, diluire, rimandare, sommergere un fatto sotto migliaia di immagini successive fino a renderlo lontano, sbiadito, quasi estraneo.
Il 7 ottobre non appartiene soltanto alla memoria israeliana. Appartiene alla storia dell’Occidente e alla sua capacità di distinguere i fatti dalle narrazioni costruite intorno ai fatti. Se tre anni dopo occorre arrivare quasi a mezzanotte per vedere ciò che accadde realmente quella mattina, mentre Gaza occupa da anni il centro permanente dell’informazione, allora il problema non è più soltanto Mediaset. È il modo in cui una parte dell’Occidente ha deciso di amministrare la propria memoria.
E con la memoria corta l’Occidente non sta cancellando soltanto il 7 ottobre. Sta cancellando se stesso.
Piero Terracina

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