Entro la fine di febbraio il ministro Chiti consegnerà ai gruppi parlamentari una bozza di nuova legge elettorale con alcune linee guida per una riforma possibile. L’idea di Chiti, maturata a seguito di colloqui con tutte le forze politiche, è quella di apportare alcune modifiche alla legge esistente, fra queste l’abolizione delle candidature plurime, la conferma del premio di maggioranza, la revisione delle attuali soglie di sbarramento e del voto per gli italiani all’estero. Accanto a queste nuove norme anche il cambiamento di alcune parti della costituzione come la riduzione del numero dei parlamentari, il ruolo del presidente del consiglio, la sfiducia costruttiva e il superamento del bicameralismo perfetto. Il progetto trova qualcosa più di un ostacolo nel referendum abrogativo della legge attuale messo in campo da un gruppo trasversale di studiosi e di uomini politici. Da quella consultazione, se messa ai voti e vincente, scaturirebbe una legge che assegnerebbe il premio di maggioranza non alla coalizione che vince come adesso ma al partito che ottiene più voti. Insomma si avrebbe una sorta di bipartitismo forzato che trova più di un estimatore sia a destra che a sinistra. Molti infatti pensano che gli italiani, stanchi dell’esasperata frammentazione partitica di oggi, si lascerebbero tentare dal progetto. A fronte di questo stato di cose Chiti è intervenuto, ancora prima di rendere nota la sua bozza di nuova legge elettorale, invitando i promotori del referendum a mettere in campo la loro proposta ma procrastinando di un anno, quindi al 2009, raccolta delle firme e indizione della consultazione. Il Ministro delle riforme vorrebbe una specie di spada di Damocle sul Parlamento per indurlo, con la spauracchio referendario, a trovare un’intesa a tutti i costi. Il tentativo è nobile ma difficilmente realizzabile. Il referendum infatti pur non essendo ufficialmente sponsorizzato da nessuno piace sia a Forza Italia che ai Ds. In caso di vittoria del si, entrambi avrebbero in mano lo strumento per realizzare il partito unico del centro destra e il partito democratico. Su entrambi i fronti meglio unirsi se c’è il pericolo reale di sparire dalla scena politica. La suggestione è più forte a destra che a sinistra. Due le ragioni: se il centro destra si unisce, anche senza contare Lega e Udc, mette in campo una forza potenzialmente maggiore di quella che potrebbero mettere in campo i Ds dando vita al Partito Democratico. Seconda ragione: se il pericolo del referendum diventasse reale, il governo Prodi avrebbe le ore, non i giorni, contati. Per evitare la consultazione infatti i partiti più piccoli della coalizione lo farebbero cadere immediatamente. Con nuove elezioni la consultazione referendaria slitterebbe di un anno e in un anno sono tante le cose che possono accadere. Ma anche i Ds, sempre più stanchi di Prodi e degli ondeggiamenti di un governo oggettivamente ostaggio della sinistra radicale, potrebbero alla fine optare per la soluzione più radicale. Dunque strada tutta in salita per l’Esecutivo. I prossimi mesi saranno decisivi. Difficilmente il Parlamento troverà un’intesa e altrettanto difficilmente la corsa verso il referendum sarà fermata dai suoi promotori.
I tentativi di Chiti per salvare il governo
Il referendum abrogativo della legge elettorale è una bomba ad orologeria sulla strada del Governo. I tentativi del ministro Chiti per evitare la consultazione.

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