Si ha sovente l’impressione che la magistratura italiana si attribuisca competenze che non le sono proprie.
La Corte d’Appello di Bologna ha rifiutato una richiesta dei servizi sociali per l’affidamento in comunità di una bambina rom di Parma che la famiglia maltratterebbe. In sé, niente di strano: queste decisioni devono essere valutate da un tribunale, togliere un minore alla propria famiglia è una decisione grave, e non può essere dei soli operatori sociali, sia pur competenti e motivati, che altrimenti avrebbero un potere assoluto e arbitrario nei confronti delle famiglie. Ma è la motivazione che lascia perplessi: la Corte non avrebbe valutato tanto le circostanze specifiche, ma piuttosto non avrebbe riscontrato “comportamenti dei genitori che non siamo riferibili al normale modo di vita per condizione e per origine”.
Il giudice si fa antropologo, e rischia di dimenticarsi di essere giudice: arriva arditamente a definire cosa sia “normale” in una “cultura nomade”, insultando migliaia di famiglie rom che ogni giorno curano ed educano i loro bambini, a dispetto magari delle difficili condizioni di un campo nomadi dove manca l’acqua e tutto è precario. Lungi dal rispettare presunte differenze culturali, sembra una sentenza paternalista e reazionaria, che condanna per sempre quella bambina alla sua “ condizione e origine”. E’ inoltre a doppio taglio, perché si basa su di una premessa che può portare alla conclusione opposta e aberrante: a concludere cioè che tutte le famiglie rom siano incapaci, per togliere a tutte i loro bambini.
Sarebbe il caso di prendere esempio dalla Spagna, dove è stato promulgato un piano d’azione 2010-2012 per l’integrazione dei cittadini rom. Vale la pena di indicare qui la pietra miliare del programma: il “dovere” della pubblica amministrazione di superare discriminazioni e diseguaglianze, prima che se ne occupino commissariati e tribunali.
Senza nascondersi dietro il dito delle differenze culturali, né per assolversi dal dovere di intervenire, né per reprimere alla cieca i casi di povertà e di disagio familiare.
Luca Cefisi (avantidelladomenica.it)

L’analisi mi sembra corretta e condivisibile. Credo però che restino alcuni problemi da risolvere; problemi che, secondo modalità diverse, mostrano approcci diversi all’interno della stessa Europa e dell’Italia.
Il primo è la coerenza e omogeneità delle sentenze sul territorio nazionale. Come non ricordare la facilità con la quale recentemente si sono sottratti i figli a una famiglia per 70 giorni, sulla base di un semplice disegno fatto da una bimba, per poi accorgersi che si trattava di un errore…..molto grave?
Il secondo riguarda invece i contenuti che Lei ha evidenziato. E’ giusto consentire che etnie, le più varie e con tradizioni diverse dalle nostre, vivano nel nostro Paese senza rispettare le nostre leggi (velo, assoggettamenti, sfruttamento, poligamia, per citare alcuni esempi)?
Non si rischia, così facendo, di stabilire di fatto delle differenze fra cittadini vietate dalla Costituzione? L’accettazione di tali differenze può essere considerata “integrazione”, oppure somiglia di più a una presa d’atto sulla formazione di enclaves o ghetti i quali, ciclicamente, entrano in conflitto anche violento con la società che li vorrebbe integrare (vedi le varie rivolte come le Banlieu, Londra, etc.)? Il fatto che queste integrazioni siano storicamente molto difficili, costituisce forse un alibi per chi sceglie di vivere in un paese diverso dal suo e per chi dovrebbe gestire al meglio le nuove sinergie sociali?….. Non credo.
Questi problemi, peraltro, sono maggiormente riscontrabili soprattutto con quelle popolazioni povere provenienti da civiltà di antica tradizione: cinesi e mediorientali in particolar modo, ma anche con quelle provenienti dall’Europa come, appunto, i Rom. Tutti loro costituiscono delle vere e proprie società separate (pochi cercano una vera integrazione) e, tollerando trattamenti diversi da quelli leciti, vengono dotate di un particolare “diritto a delinquere” rispetto a qualsiasi altro residente in Italia.
Quindi, questa sentenza è pericolosa su più profili, come Lei ha sottolineato. Mi sembra però, visto l’attuale sconquasso italiano, che il pericolo maggiore sia proprio quello della mancata considerazione delle nostre sensibilità e tradizioni, anche se, mi rendo conto, che in un paese dove non esiste certezza del Diritto, questi discorsi possono sembrare secondari…….
Basta con questo buonismo!
In Romania un comune ha deciso di erigere un muro per confinare una comunità Rom che distruggeva tutto sul proprio suolo e rubava ai contadini della zona polli e ogni sorta di cibo!
Quando passo da una zona qui in Francia che da giugno al calar del sole é stata presa di mira da un gruppo di Rom, la sporcizia si é installata, i rifiuti gettati da auto in corsa, i pannoloni sporchi sparsi ovunque, le donne che lavano col sapone la biancheria nelle acque di un canale pulitissimo, minando la flora e la fauna, e lei mi viene a parlare di tolleranza e rispetto?
Propongo che coloro che parlano di “integrazione” di una popolazione che non vuole saperne di rispettare gli altri, si prendano nei propri appartamenti, case e giardini qualcuno di loro, e poi vediamo cosa ne esce.