Gli statunitensi, che sono bravi a promuovere i loro valori nel mondo, ci colpiscono (e, forse, ci fanno anche emozionare) quando, mano sul cuore, cantano il loro inno nazionale. Perché noi no? Noi, depositari del brevetto “Italia”, così amato e invidiato all’estero per quel valore universale così poco protetto in casa nostra, “benché il parlar sia indarno” denunciamo l’offesa e il vilipendio a cui è sottoposta. Oggi riponiamo più fiducia nei sogni degli “altri”, imitandone i modelli e affidandoci alle loro capacità, piuttosto che nelle nostre ragguardevoli forze.
Eppure, appena un secolo e mezzo fa, quella “banda” di fuggiaschi rivoluzionari che s’incontrava al Caffè Michelangelo (del quale oggi resta solo una lapide in Via Cavour) per discutere delle esperienze, dell’antiaccademia, dei racconti portati da Parigi e delle nuove forme di pittura, si accendeva di entusiasmo di fronte al sogno italiano. Questi, insieme agli altri patrioti, contribuirono anche con il loro sangue al grande disegno di Cavour, che portò il Risorgimento italiano al centro dell’attenzione europea (perché si è dimenticato?) e che sfociò nell’Unità italiana.
Per ricordare solo alcuni dei diretti protagonisti, si pensi a Serafino De Tivoli (Telamaco Signorini lo definirà “il papà della macchia”), che partecipa nel ’48 come volontario alla difesa di Roma; allo stesso Signorini (Artiglieria toscana a Montechiaro, 1860), che sarà volontario nella II° guerra d’Indipendenza; a Ferdinando Buonamici (Caserma di Modena con i volontari della V° Batteria Toscana, 1859), anch’egli volontario con la V° Batteria Toscana (insieme a molti altri macchiaioli), che partecipa alla II° guerra d’Indipendenza; a Giuseppe Abbati, che nel ’60 è volontario nella spedizione dei Mille (perderà un occhio nella battaglia di Capua), nel ’62 parteciperà alla spedizione in Aspromonte e, nel ’66, alla III° guerra d’Indipendenza (fatto prigioniero a Custoza verrà detenuto in Croazia); a Silvestro Lega (Bersaglieri che conducono prigionieri, 1861, Ritratto di Giuseppe Garibaldi, 1861, etc.), che si formerà proprio sui temi risorgimentali e sarà volontario nella I° Guerra d’Indipendenza; a Michele Tedesco, che combatte al seguito di Garibaldi; a Saverio Altamura (La prima bandiera italiana a Firenze nel 1859), che partecipa ai moti risorgimentali del ’48 e a Raffaello Sernesi, che muore a soli 28 anni nella II° guerra d’Indipendenza. Senza contare le adesioni “indirette” dei Macchiaioli i quali, pur non partecipando direttamente alle battaglie sul campo, ne tramandarono comunque la storia. Uno per tutti è Giovanni Fattori, quasi un “cronista di guerra” ante litteram, che realizza numerose tele sul tema delle battaglie risorgimentali (Accampamento di bersaglieri, 1860; Carica di cavalleria a Montebello, 1862; Campo italiano dopo la battaglia di Magenta, 1862, e molti altri).
Ma vorrei ricordare, fra tutti gli artisti, Antonio Puccinelli che realizza uno dei più toccanti ed emblematici profili risorgimentali del ‘48, periodo in cui gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Firenze decisero di rischiare la loro giovane vita per un’idea di Patria tutta da costruire: il Ritratto di volontario toscano, dipinto nel 1949. Mi ha sempre affascinato, di quel volto, la composizione classica, la pennellata ancora legata alle morbidezze accademiche di scuola fiorentina, la profonda e comunicativa indagine psicologica del personaggio (quasi un novello “Baldassarre Castiglione”) con lo sguardo aperto e penetrante, calmo e sincero. Come il giovane Raffaello celebrava l’Umanesimo, Puccinelli celebra il giovane risorgere dei nuovi ideali. Questo nuovo “tipo” rappresenta il “Soldato italiano”, il “Volontario ignoto” che, sotto la visiera del chepì, comunica la nobiltà interiore che muove ogni ideale, ogni giovanile sogno di libertà.
E’ abbastanza naturale, a mio avviso, riscontrare le somiglianze fra questo volto e quello dei giovani militari che oggi onorano l’Italia nelle missioni all’estero. Guardando quel ritratto non si può più pensare a Berlusconi o Bersani, a Fini o Di Pietro, a Bossi o Casini. Si pensa all’Italia, dimenticando per un momento la continua rissa che non è solo inconcludente, ma pericolosamente disgregativa. Come una tragica Penelope, rischiamo di distruggere ciò che è stato fatto ieri senza che la speranza per il ritorno di Ulisse sia, oggi, altrettanto forte.
Ma, se fossimo più attenti alle nostre ricchezze come l’ Arte, la Letteratura, la Musica, in una parola la nostra Cultura, troveremmo tante e solide certezze (quelle che gli altri non hanno) tali da costituire una ragione più che sufficiente, come lo fu per i ragazzi del ’48, per sperare ed agire.
Andrea Viero

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