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I kriminal-capitalisti cinesi

di Roberto Riviello | 9 Dicembre 2013

I capitalisti cinesi stanno trasferendo da noi parte delle loro attività e fanno profitti da capogiro grazie a due fattori: elusione completa del fisco e impiego di mano d’opera di tipo servile.

prato
In Inghilterra, all’ inizio della Rivoluzione industriale, la vita degli operai nelle fabbriche e nelle miniere era quasi un inferno: giornate di lavoro di 12-14 ore, salari bassissimi, condizioni ambientali pessime, assenze per malattia che non erano ammesse e figuriamoci poi le ferie.

Se ci aggiungiamo quell’ autentica tragedia che fu il lavoro minorile, visto che i bambini erano utilizzati per entrare nei cunicoli più stretti delle miniere di carbone a rischio della loro vita, il quadro si tinge di cupe colorazioni.

Fu proprio per mettere delle regole al mondo della nascente industria e garantire i diritti dei lavoratori, che il Parlamento inglese fece ben presto delle leggi giuste ed efficaci, come il Factory Act del 1833 che servì a tutelare le condizioni del lavoro di apprendisti e bambini, il Mines Act del 1842 e quello sul tetto massimo di dieci ore lavorative del 1847. Dopo i primi anni di capitalismo “selvaggio”, si affermava così lo Stato di diritto e successivamente, con importanti interventi per assicurare un servizio sanitario gratuito ai lavoratori, si gettavano le basi del futuro welfare state.

Il capitalismo europeo è stato fondamentalmente regolato, oltre che dalla naturale logica del profitto, da principi generali di equità sociale grazie alle Costituzioni liberali e democratiche dei vari Paesi, e nel suo complesso ha permesso uno sviluppo generale della società, se si esclude ovviamente il periodo buio del dominio nazi-fascista.

La socialdemocrazia liberale è stato il trend politico che ha caratterizzato il secondo dopoguerra in quasi tutta l’ Europa occidentale, con il risultato di migliorare le condizioni di vita del ceto popolare, oltre che della lasse media e della ricca borghesia.

Tutto questo fino all’ avvento della globalizzazione. Quando sono entrati nel mercato internazionale i competitori dei Paesi emergenti in cui non esistono le regole del nostro sistema industriale e i diritti dei lavoratori vengono completamente negati, la situazione è cambiata radicalmente: i prodotti delle industrie cinesi, coreane, indiane costavano molto di meno visto che la mano d’opera era pagata con salari irrrisori, le norme di sicurezza venivano ignorate e la qualità dei prodotti non era sottoposto ad alcun controllo.

Le manifatture europee hanno subito, così, una crisi irreversibile che ha costretto moltissimi imprenditori a chiudere o a trasferirsi all’ estero, dove il costo del lavoro era più basso. Soltanto la Germania è riuscita a contrastare il fenomeno attraverso delle politiche industriali più accorte e lungimiranti, ma questo è un altro discorso.

In Italia, non solo abbiamo avuto l’invasione dei prodotti a basso costo provenienti da quello che una volta chiamavamo Terzo Mondo, adesso assistiamo ad una vera e propria forma di colonizzazione al contrario: i capitalisti cinesi stanno trasferendo da noi parte delle loro attività e fanno profitti da capogiro grazie a due fattori: elusione completa del fisco e impiego di mano d’opera di tipo servile. Praticamente hanno ricreato delle aree industriali di capitalismo simile a quello delle origini, dei primi anni dell’ Ottocento, basato sullo sfruttamento degli operai e sull’ azzeramento dei loro diritti civili e sindacali.

Il paradosso è che questo è avvenuto soprattutto in Toscana, la regione più “rossa” d’ Italia, dove agli imprenditori cinesi è stato permesso di non pagare le tasse allo Stato italiano e di tenere i propri operai in condizioni di semi-schiavitù.

Il mito del comunismo era già crollato anni fa con la caduta del Muro di Berlino ad opera dei tedeschi dell’ Est. A Prato, dove 7 operai cinesi sono arsi vivi nel capannone-prigione nel quale lavoravano, mangiavano e dormivano, senza che nessuna autorità locale avesse vigilato ed impedito quell’ abominio, adesso è crollato anche il mito della Toscana felix ed accogliente.

Pubblicato in : Primo piano

Info Roberto Riviello

Insegnante, si è laureato in Filosofia nell’Università di Firenze nel 1978, risiede nel Valdarno fiorentino. Commenta la politica italiana su Pensalibero.it e scrive racconti per radio poi diventati sceneggiati e testi teatrali messi in scena come regista. Ha al suo attivo anche un film sulla vita di un grande poeta toscano poi finito in manicomio. Trascorre il suo tempo libero passeggiando in campagna. È appassionato di storia, arte e cucina.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. michele

    10 Dicembre 2013 alle 12:29

    E’ veramente scandaloso che esistano parti d’Italia dove si vive come nell’Inghilterra di Dickens ma è ancora più scandaloso che giudici, giornalisti, polizia, politici, sindacalisti, ispettori del lavoro, dell’INPS e lo stesso sistema bancario( di certo i soldi da qualche parte devono transitare) facciano finta che questo non esista! E’ una vergogna che tanti immigrati arrivino in Italia e vivano in condizioni così precarie nell’assoluto silenzio di una destra che raccoglie quel pochetto di consenso elettorale prendendosela con i barconi perché si vedono al tg della sera mentre tanti cinesi muoiono in un silenzio assordante. E’ una vergogna per tutta l’Italia!!!!

    Rispondi

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